Lucio

Poma*

La proposta di Confindustria (tenere aperte le imprese ad agosto) ha diviso il Paese in due fazioni, entrambe con corrette argomentazioni. Durante la pandemia, c’è stata una parte industriale del Paese, vuoi per comparto di appartenenza, oppure per l’afferenza a una determinata filiera, o per via di un processo di modernizzazione dell’impresa, che ha prodotto a pieno regime. È un nucleo importante: la locomotiva alla quale agganciare i pezzi della produzione rimasti indietro. Una risposta positiva alla proposta di Confindustria sarebbe un segnale forte per un Paese che deve raccogliere una dose di fiducia e di "senso del collettivo" per ripartire.

Tuttavia, non è questa la questione principale. Il Covid-19 ha portato alla luce gli effetti di una trasformazione tecnologica e organizzativa le cui radici affondano in una competizione globale basata su parametri enormemente differenti rispetto al passato. Questa rivoluzione ha un nome: Industria 4.0. Essa coinvolge tecnologia, Big data, macchine e organizzazione produttiva, ma al contempo pone al centro le risorse umane, che devono ridefinire le loro competenze. Un percorso difficile, che necessita di una formazione adeguata ma anche della volontà delle persone di rimettersi in gioco. Questione, ben più importante di una rinuncia alle ferie.

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di Nomisma