Lo ripete da più di cinquant’anni di essere innocente. Che quella confessione gli era stata estorta con le minacce, frutto del terrore e della confusione. Era il 1966 e l’ex pugile giapponese Iwao Hakamada, oggi 84enne, veniva arrestato per l’omicidio del datore di lavoro e della sua famiglia, prima di dare fuoco alla loro abitazione. Venne condannato a morte nel ’68 e il verdetto fu confermato dalla Corte Suprema nel 1980. Da subito Hakamada aveva tentato di ritrattare a confessione, spiegando che gli era stata estorta con violenza dalla polizia. I suoi legali hanno lottato per decenni, fino ad ieri quanto la Corte Suprema di Tokyo ha dato parere favorevole alla revisione del processo, aprendo così un nuovo spiraglio alla speranza di fermare il boia e persino alla possibilità che Hakamada, il cui triste primato è di essere l’uomo che al mondo ha atteso più a lungo il suo destino nel braccio della morte, venga scarcerato.