Mercoledì 24 Luglio 2024
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Cronaca

Ucciso il killer del Belgio: sbarcò a Lampedusa, poi Torino e Bologna. Indagini sulla sua rete

La Digos emiliana lo segnal ò ai colleghi di Bruxelles: "È pericoloso" Arrivò 12 anni fa, Meloni: immigrazione di massa, rischi per i Paesi Ue

Bologna, 17 ottobre 2023 – La fuga di Abdesalem Lassoued è finita in un bar di Schaerbeek. Il popoloso quartiere alla periferia di Bruxelles dove viveva, quasi un fantasma tra i palazzoni. E forse credendosi invisibile come prima, ci è tornato, senza neppure lasciare il kalashnikov che aveva usato per uccidere due turisti svedesi e ferire un tassista nei pressi di Place Sainctelette. Ieri mattina, la polizia belga è arrivata nel bar, dopo una ‘soffiata’, e ha sparato all’attentatore, che è morto in ospedale, intorno alle 9,30.

L'attentatore di Bruxelles
L'attentatore di Bruxelles

Il terrore, però, non si esaurisce con l’uscita di scena del 45enne tunisino, una vita trascorsa da nomade della jihad: si cercano due complici dell’uomo e si scava alla ricerca della rete che lo ha appoggiato. Perché questa volta la storia del lupo solitario regge poco: non è stato un coltello o un furgone a uccidere, ma un’arma da guerriglia. La moglie dell’attentatore è stata ascoltata per ore dalla polizia di Bruxelles. E quello che lei non ha detto, lo si cerca nel suo passato. Lo stanno facendo la Digos e il Ros dei carabinieri di Bologna, dove nel suo peregrinare inquieto Lassoued era approdato nel 2016. Un’indagine per cercare di ricostruire i contatti che l’uomo aveva intessuto dal suo primo approdo, nel 2011, in Italia. Era arrivato a Lampedusa, come tanti disperati oggi, a bordo di un barchino. "Come già successo per altri attentati in passato", ha ricordato la premier Giorgia Meloni che per questo ha "più volte cercato di accendere i riflettori su fatto che l’immigrazione di massa può portare a gravi rischi anche per la sicurezza in Europa, quindi non deve esserci più spazio per titubanze, ne va della sicurezza dei cittadini europei". Dal 2011, la vita di Lassoued, originario di Sfax come la maggior parte dei migranti dalla Tunisia, è stata una continua migrazione. Da Lampedusa a Torino, dove ha chiesto il suo primo asilo, negato. Poi a Perugia e Terni, prima di spostarsi in Svezia, dove rimane in carcere, a scontare un’imprecisata condanna, fino al 2014. A quel punto viene espulso: torna in Italia, a Torino, in base ai patti di Dublino. Gira ancora, fino ad approdare, nel 2016, a Bologna. Qui viene fermato da una volante della polizia che lo controlla, si insospettisce, informa la Digos. Sono gli investigatori bolognesi i primi a intuire la pericolosità sociale di Lassoued, a leggere nella sua storia quella di un aspirante jihadista. Lo monitorano. Anche quando la sua domanda di protezione internazionale viene respinta e lui viene accompagnato in un Cie in Sicilia.

Qui scompare dai radar, per poi ricomparire, a luglio 2016, in Belgio. La polizia italiana allora informa i colleghi: monitorate Lassoued, è pericoloso. Il resto è storia: come ammesso ieri dallo stesso ministro della Giustizia belga, Vincent Van Quickenborne, la segnalazione era stata presa sotto gamba: "Questo tipo di informazioni e notifiche erano molto diffuse all’epoca". Così, dopo le prime verifiche, la sua posizione finisce nel dimenticatoio. Lui continua a tentare di regolarizzarsi, presenta domanda di asilo in Belgio nel 2019, nel 2020 viene respinta. Il suo nome ricompare all’inizio dell’anno, nella denuncia di un migrante che racconta di essere stato minacciato sul web da Lassoued. Nulla cambia. Fino a lunedì sera, quando l’odio, covato in anni d’attesa, esplode nel sangue.