Qualcuno ricorderà la finale del campionato mondiale di scacchi del 1972 fra l’americano Bobby Fischer (che vinse) e il sovietico Boris Spassky. Fu definita "la partita del secolo". Cominciò l’11 luglio e terminò il primo settembre, ventun incontri su un totale di ventiquattro. Fu la prima partita di scacchi trasmessa in tv. Il ricordo è in bianco e nero, silenzio e lentezza, attese interminabili, ancor più degli interrogatori che conduceva in quegli stessi anni il Maigret di Gino Cervi in onda sul canale nazionale della Rai. Ritmi, tempi lunghi che il mondo di oggi non tollera più. "Aspettare" è un verbo ormai rimosso dal vocabolario.

Oggi il campione del mondo di scacchi è un norvegese di 31 anni, Magnus Carlsen, e l’altro giorno ha detto: le partite sono troppo lunghe, le decine di migliaia di appassionati che le seguono online si stufano, bisogna accorciarle, massimo due ore. E stiamo parlando di scacchi.

Ma perfino se parliamo di calcio una rivoluzione epocale è cominciata. Ce ne accorgeremo fra qualche anno, perché per adesso i ventenni le guardano ancora, le partite. Ma già i quattordicenni non ce la fanno: troppi novanta minuti più recupero. E poi il calcio è gol, belle azioni, tiri in porta: ma in mezzo anche tanta noia. Così almeno ragionano le nuove generazioni, che delle partite non guardano più le dirette, ma solo gli highlights.

Quando eravamo bambini, ogni cosa bella era attesa a lungo. Si aspettavano i regali di Natale. Si aspettava l’uscita in edicola dell’albo a fumetti: chi leggeva Capitan Miki e Il grande Blek doveva pazientare una settimana o quindici giorni, chi leggeva Tex o Zagor un mese. Anche da ragazzi si aspettava: il film di Natale, una cartolina, una lettera, una telefonata.

Eravamo troppo lenti allora, o siamo troppo veloci adesso? La tecnologia che ci fa vivere a mille all’ora, "ottimizzando il tempo" come si usa dire, fa calare la nostra capacità di concentrazione, oppure prepara un uomo nuovo che saprà cogliere più velocemente ogni dettaglio della vita? Non lo so. È come quando si guarda il calcio degli anni Sessanta: i ragazzi di oggi dicono che allora si camminava, noi vecchi diciamo che sì, i calciatori erano più lenti, ma la palla correva più veloce perché si giocava in verticale, e non con l’orribile ragnatela di passaggi all’indietro di oggi.

Ciascuno è attaccato al proprio mondo. Ma forse, nel mondo e soprattutto nella vita, è un peccato aver disimparato ad aspettare. Anche perché l’attesa è qualcosa che ha tantissimo a che fare con il desiderio. Si desidera una cosa che non c’è, o che ancora non c’è. Quando l’abbiamo, ne possiamo godere. Ma spesso il momento dell’attesa è il più bello.