di Viviana Ponchia Laboratorio, nel bene e nel male siamo sempre lì. Stavolta dagli alambicchi si alzano vapori che bruciano gli occhi: ai grillini certamente, derubati di un sogno. Ma in generale ai torinesi, stanchi di scivolare su un piano inclinato e domandarsi che fine abbiano fatto le promesse del sindaco dallo sguardo blu. L’ultima accusa per Chiara Appendino è di tentare il suicidio politico. Rischia di perdere la maggioranza per colpa dell’alleanza ipotizzata con il Pd alle prossime amministrative. In questo caso, a minacciare di abbandonarla non sono i soliti intemperanti ma il fedelissimo Fabio Versaci, ex presidente del Consiglio comunale. La sua defezione farebbe saltare il banco. Con conseguente paralisi della Sala Rossa fino a ottobre e un disastroso rendering per Conte. Dall’alba al tramonto....

di Viviana Ponchia

Laboratorio, nel bene e nel male siamo sempre lì. Stavolta dagli alambicchi si alzano vapori che bruciano gli occhi: ai grillini certamente, derubati di un sogno. Ma in generale ai torinesi, stanchi di scivolare su un piano inclinato e domandarsi che fine abbiano fatto le promesse del sindaco dallo sguardo blu.

L’ultima accusa per Chiara Appendino è di tentare il suicidio politico. Rischia di perdere la maggioranza per colpa dell’alleanza ipotizzata con il Pd alle prossime amministrative. In questo caso, a minacciare di abbandonarla non sono i soliti intemperanti ma il fedelissimo Fabio Versaci, ex presidente del Consiglio comunale. La sua defezione farebbe saltare il banco. Con conseguente paralisi della Sala Rossa fino a ottobre e un disastroso rendering per Conte.

Dall’alba al tramonto. Dall’apice della popolarità sulla tribuna d’onore dello stadio di Cardiff per la finale di Champions tra Juve e Real Madrid ai guai giudiziari e politici. Poi la resa: non mi ricandido. E adesso l’incubo di non avere i numeri per governare fino all’autunno. Nella parabola di quella figlia della borghesia cresciuta a sport e Bocconi si specchia Torino, che la smetterebbe anche di fare esperimenti e in certe sere – sarà fragilità da coprifuoco – guarda con nostalgia a 25 anni di governo di centrosinistra, alla propaganda delle agende sovrapposte che l’aveva fatta brillare.

Industriale e poi post ma con dignità, universitaria, turistica, tremendamente golosa. Troppe cose per una metropoli in fondo piccina e in ostinata competizione con Milano che, oltretutto, gioca in un campionato diverso. Ancora troppo lontana una Torino a misura di Torino, come scrivono Arnaldo Bagnasco, Giuseppe Berta e Angelo Pichierri nel saggio pubblicato da Einaudi in cui cercano di capire chi l’abbia fermata, questa benedetta città incompiuta.

Da locomotiva del miracolo economico a vagone di seconda classe. Cavia di scienziati pazzi. Girano ancora per le sue strade i reduci delle Olimpiadi, con le giacche logore dei volontari per i quali Valentino Castellani è il santo patrono. Nel libro quei tre chiariscono: l’apice del fermento sono stati gli anni della candidatura, l’evento in sé ha rappresentato il canto del cigno più che un volano. E una volta caduta la maschera, ecco un elemento urbano senza fisionomia politica, economica e sociale chiara.

Piero Fassino fu disarcionato senza tanti complimenti nel giugno del 2016 e quella sconfitta clamorosa non è mai stata elaborata. "Onestà, onestà" gridavano sotto il Comune centinaia di simpatizzanti M5S ipnotizzati dal nuovo corso. Sillabe troppo invitanti per non essere ripescate quando il braccio destro del sindaco, Paolo Giordana, si dimise per essersi fatto togliere una multa ("Onestà trallallà", Sallusti su il Giornale) o la stessa Appendino fu condannata per il caso Ream ("Honestà, Honestà", striscione di Gioventù Nazionale sui muri di palazzo di città). Una breve luna di miele con il destino e 4 anni in salita: i collaboratori più fidati persi per strada causa maneggi, la tragedia di piazza San Carlo, il no alle Olimpiadi.

Da destra l’accusa dei giovani di Fratelli d’Italia: ha abbandonato le periferie al degrado, lasciato i rom a bivaccare con i soldi del comune. Dal La Stampa lo sfogo di una lettrice in tempi non sospetti (dicembre 2017): "Torino è diventata opaca, triste, senza iniziative. Come sono lontani i tempi di Chiamparino, quando tutto sembrava possibile". E dalla professoressa Elsa Fornero in mezzo alla pandemia: "Una città invecchiata, rallentata. Il declino c’era già, il Covid ha contribuito in modo devastante". Giuseppe Berta, da storico dell’economia, sceglie come simbolo dei tempi non più la Mole ma il grattacielo della Regione: nato male, cresciuto peggio e rimasto appeso al cielo in uno skyline incongruente: "O serve a qualcosa e lo si completa oppure buttiamolo giù. Racconta l’immobilità, la velleità". Servirebbe, dice, discontinuità con il passato, una forma mentale giovane. Ma come, e Chiara Appendino? "Partita con il piede sbagliato. Doveva circondarsi di persone capaci. E a un certo punto smetterla con le periferie".