di Nicoletta Magnoni Dall’alto dei suoi 255 anni di storia, la casa d’aste Christie’s lo scorso febbraio ha battuto per oltre 69 milioni di dollari un’opera che non esiste. O meglio, un’opera che esiste solo virtualmente. Si tratta di "Everydays – The First 5000 Days", un collage di 5mila immagini realizzate al computer. Prezzo di apertura di appena 100 dollari, ma dopo il colpo del martelletto di Christie’s il suo autore, Beeple, è diventato il terzo artista vivente più quotato. Che cosa sta accadendo nel mondo dell’arte? Qualcosa di inimmaginabile per alcuni, di inquietante per altri, di inevitabile per gli osservatori più attenti: se l’arte parla il linguaggio contemporaneo, oggi quel linguaggio è digitale. Una forma di espressione identitaria per la cosiddetta Generazione Z, un’avanguardia...

di Nicoletta Magnoni

Dall’alto dei suoi 255 anni di storia, la casa d’aste Christie’s lo scorso febbraio ha battuto per oltre 69 milioni di dollari un’opera che non esiste. O meglio, un’opera che esiste solo virtualmente. Si tratta di "Everydays – The First 5000 Days", un collage di 5mila immagini realizzate al computer. Prezzo di apertura di appena 100 dollari, ma dopo il colpo del martelletto di Christie’s il suo autore, Beeple, è diventato il terzo artista vivente più quotato.

Che cosa sta accadendo nel mondo dell’arte? Qualcosa di inimmaginabile per alcuni, di inquietante per altri, di inevitabile per gli osservatori più attenti: se l’arte parla il linguaggio contemporaneo, oggi quel linguaggio è digitale. Una forma di espressione identitaria per la cosiddetta Generazione Z, un’avanguardia per artisti che si riconoscono in una loro comunità. Queste opere vanno oltre la rappresentazione di una nuova estetica, sono lo specchio dei nostri tempi e delle loro potenzialità tecnologiche. Prima fra tutte, la blockchain, diventata parola comune grazie alle criptovalute come i bitcoin. La blockchain dell’arte è una sorta di archivio in cui confluiscono catene di informazioni sulla singola opera, un registro attivo su numerosi computer che convalidano i dati per blocchi, attestandone l’autenticità e l’unicità. Più semplicemente, è un certificato digitale di proprietà.

Ma non è tutto. Nell’ormai non più futuristico mercato della criptoarte, ogni pezzo unico corrisponde a un gettone, un NFT, acronimo di not fungible token, cioè gettone non fungibile, non interscambiabile con altri. Chi compra Nft acquista in realtà solo l’idea di possedere l’originale sul quale però non ha alcuna esclusiva perché ogni opera è riproducibile all’infinito con un solo clic sul pc. Un nuovo mondo in cui capita anche che una società americana di blockchain, la Injective Protocol, acquisti un lavoro di Banksy, "Morons" del 2007, per 95mila dollari, lo brucia in diretta streaming, per poi vendere il relativo Nft a 380mila dollari. Una strategia spettacolarizzata che arriverà lontano. Basti pensare che già nel 2018 a New York si è tenuto il primo festival della cryptoart e che la stessa Christie’s ha organizzato il primo summit sulla blockchian dell’arte. È lecito chiedersi che senso abbia spendere milioni in qualcosa di immateriale. Per rispondere, potrebbe essere utile sfogliare un breve testo di Paul Valéry, "La conquista dell’ubiquità", e leggere queste poche righe: "Il sorprendente aumento dei nostri mezzi, le idee e le abitudini che essi introducono ci garantiscono cambiamenti imminenti e molto profondi nell’antica industria del Bello. C’è da aspettarsi che novità così grandi giungano persino a modificare in modo sorprendente la nozione stessa di arte". Correva l’anno 1928. A distanza di quasi un secolo, la profezia si è realizzata. Ma i tecnologici gettoni di arte sono solo uno dei fenomeni osservabili. Sì, perché di fenomeno si tratta, e di massa. I primi Nft circolano nel 2017, abbinati a qualcosa che molti faticano a definire arte, cioè i CryptoKitties, gattini da blockchain. Il primo è stato pagato 140mila dollari, mentre l’immagine animata di Nyan Cat oggi è quotata oltre 533mila dollari. Figurine in pixel come i Cryptopunk, una collezione di diecimila personaggi unici, acquistabili in Ether, la criptovaluta più utilizzata per la compravendita di arte digitale, per somme a molti zeri nella corrispondente moneta reale.

Ma nel mercato immateriale, accanto ai nativi digitali, si muovono anche adulti che sentono odore di soldi. Gucci sta facendo sfilare sulle passerelle virtuali le sue sneaker che vende a meno di 12 dollari il paio. Lusso per pochi spiccioli? Certo, se si tratta di scarpe che nessuno potrà mai calzare perché sono immagini in realtà aumentata. E perfino le papatine in tubo Pringles si sono trasformate in criptosnack, per giunta in edizione limitata a 50 Nft. Una rarità da collezionisti, come il primo cinguettio di Jack Dorsey, il fondatore di Twitter, venduto all’asta per 2,9 milioni di dollari.