di Stefano Marchetti (Modena) "Armandina mia adorata..." Dal campo di concentramento di Fossoli, Bruno De Benedetti, medico pediatra genovese, ebreo, scriveva praticamente ogni giorno alla moglie, anche due lettere per volta: "Brunotuo" si firmava, così, tutto di seguito. Cercava di rassicurare Armanda, "stai tranquilla, sto bene", ma in inverno le chiedeva anche di inviargli qualche sacco di carbone per le stufe, "perché abbiamo freddo". Le raccontava le sue giornate, provava a metterci un raggio di sole ("La speranza di poter finalmente ritornare accanto a te è tanto forte da farmi desiderare qualunque cosa, pur di poter ritrovare con te la felicità nostra"), ma non poteva però nascondere lo strazio di veder partire treni diretti a destinazioni che si potevano soltanto...

di Stefano Marchetti

(Modena)

"Armandina mia adorata..." Dal campo di concentramento di Fossoli, Bruno De Benedetti, medico pediatra genovese, ebreo, scriveva praticamente ogni giorno alla moglie, anche due lettere per volta: "Brunotuo" si firmava, così, tutto di seguito. Cercava di rassicurare Armanda, "stai tranquilla, sto bene", ma in inverno le chiedeva anche di inviargli qualche sacco di carbone per le stufe, "perché abbiamo freddo". Le raccontava le sue giornate, provava a metterci un raggio di sole ("La speranza di poter finalmente ritornare accanto a te è tanto forte da farmi desiderare qualunque cosa, pur di poter ritrovare con te la felicità nostra"), ma non poteva però nascondere lo strazio di veder partire treni diretti a destinazioni che si potevano soltanto immaginare o temere, gli stessi convogli su cui il 22 febbraio 1944 salì anche Primo Levi.

A Fossoli il dottor De Benedetti era arrivato il 7 dicembre 1943. Aveva 32 anni. Lo avevano arrestato a Mendrisio mentre stava per oltrepassare la frontiera per raggiungere il suo papà, la sua mamma e le quattro sorelle che proprio poche ore prima avevano lasciato la loro amata Genova ed erano riusciti a entrare in Svizzera. In Italia le nuvole si facevano sempre più scure. Per la sua preparazione, Bruno venne assegnato al presidio sanitario del campo, diretto da un medico tedesco: "Alla sera sono parecchio stanco, ma il tempo mi sembra passi più velocemente", confidava alla moglie. Fra l’ambulatorio e le baracche passarono quasi otto mesi fino a quando, il 31 luglio 1944, mentre i nazisti stavano svuotando il campo, anche il dottor Bruno fu costretto a salire su un treno, l’ultimo in partenza da Carpi: "Aspettami sempre, ritornerò". Il medico giunse ad Auschwitz il 6 agosto, poi in autunno fu trasferito a Dachau e morì a Kaufering l’ultimo giorno dell’anno.

Le sue lettere non sono andate perdute, anzi sono state custodite gelosamente dai discendenti per tutti questi anni. Qualche giorno fa, Lucia Amelotti, insieme alla famiglia Tomellini-Fassio, le ha donate alla Fondazione Fossoli, perché possano essere per sempre testimonianza: sono 149 lettere inviate da Bruno ad Armanda, e 14 lettere che lei scrisse a lui nel luglio ‘44 ma non arrivarono mai a Fossoli, dunque tornarono al mittente. "Attraverso i sentimenti, le paure e le speranze di Bruno, gli studiosi, i ricercatori e i giovani potranno conoscere più a fondo le vicende, anche soggettive, della pagina più terribile della storia del Novecento", fa notare Marzia Luppi, direttrice della Fondazione che tutela l’ex campo come luogo di memoria e impegno. "Da queste lettere ho conosciuto mio zio", ammette l’avvocato Filippo Biolé: sua nonna Lia De Benedetti era sorella di Bruno, e Franca, l’altra sorella, qualche anno fa gli ha ‘consegnato’ la memoria orale di questa storia tremenda e toccante che lui oggi porta anche nelle scuole, per farla conoscere alle nuove generazioni. "Dalle lettere emerge la voglia di vivere di Bruno, il suo desiderio di avere dei figli, e qualche scintilla di speranza", dice Biolé.

Il dottor De Benedetti era stato sottotenente medico, aveva partecipato alla guerra di Spagna e aveva sposato Armanda Martelli, cattolica: sperava che tutto questo potesse tutelarlo, "la nostra posizione matrimoniale dovrebbe con certezza mettermi in grado di andare via", scriveva il 1° gennaio ‘44. Non andò così. Ad arrestarlo fu un ex commilitone che lo riconobbe in piazza a Como: fece finta di lasciarsi corrompere e si fece consegnare dal medico un prezioso orologio, poi lo tradì. Bruno non vide mai più la sua casa. Dopo la fine della guerra, sua madre Bice tutti i giorni andò in stazione a Genova con una sua foto, sperando di vederlo tornare o almeno di incontrare qualcuno che avesse sue notizie. Finché il 26 marzo 1949 giunse una lettera della Croce Rossa: Bruno era morto in un lager, lontano dalla sua Italia. Ma oggi, almeno, continua ancora a parlarci.