Un brutto giovedì per il Labour britannico, riconosciuto colpevole da un’autorità indipendente del Regno, l’Equality and Human Rights Commission, di non aver saputo fronteggiare una serie di "inescusabili atti illeciti di discriminazione e vessazione" d’impronta antisemita denunciati fra i sui ranghi negli anni della leadership di Jeremy Corbyn: 71enne esponente della sinistra pacifista e storico sostenitore della causa palestinese. Un verdetto che...

Un brutto giovedì per il Labour britannico, riconosciuto colpevole da un’autorità indipendente del Regno, l’Equality and Human Rights Commission, di non aver saputo fronteggiare una serie di "inescusabili atti illeciti di discriminazione e vessazione" d’impronta antisemita denunciati fra i sui ranghi negli anni della leadership di Jeremy Corbyn: 71enne esponente della sinistra pacifista e storico sostenitore della causa palestinese.

Un verdetto che Corbyn ha in parte rigettato, inducendo il suo successore Keir Starmer a sospenderlo clamorosamente dal partito ad appena sei mesi dal passaggio di consegne, anche a costo di riaccendere il lacerante conflitto fra correnti in seno alla maggiore forza politica d’opposizione parlamentare al governo conservatore di Boris Johnson. Il rapporto della commissione, chiamata in causa dai ricorsi di funzionari e militanti ebrei laburisti, nonché da alcune delle principali organizzazioni della comunità ebraica britannica, è stato illustrato dopo mesi d’indagine dalla presidente ad interim dell’organismo, Caroline Waters, e non usa mezzi termini, "Nel Partito Laburista – si afferma – c’è stata una cultura che nella migliore delle ipotesi non ha fatto abbastanza per prevenire l’antisemitismo e nella peggiore è parsa accettarlo". Il testo evoca "un fallimento significativo di leadership" negli anni corbyniani a dispetto delle promesse del ‘compagno Jeremy’ di garantire "tolleranza zero": fra ostilità preconcette, "interferenze" sulle procedure disciplinari e sospetti tentativi d’insabbiamento di specifici fascicoli.

Una condanna vera e propria a cui Corbyn – reagendo a caldo su Facebook – s’è inchinato solo a metà. Riconoscendo che l’antisemitismo è stato ed è una macchia nel Labour, come nella società britannica, ma aggiungendo subito di non essere d’accordo con "tutte le conclusioni" dell’inchiesta. E, anzi, denunciando a sua volta la presunta "drammatizzazione" strumentale della polemica da parte di "avversari interni ed esterni al partito" e "dei media" di establishment; nonché l’asserito sabotaggio deliberato dei suoi tentativi di affrontare la questione imputato fino al 2018 (ossia nell’arco di tempo preso di mira dalla commissione) a settori dell’apparato del Labour legati a ciò che restava della vecchia guardia della destra blairiana.