Donne in pericolo di vita in Afghanistan. Per le calciatrici dell’Herat, team di una ventina di ragazze nate fra il 1999 e il 2003, la paura è stata (ed è) tanta: un gruppo è fuggito in tempo in Iran, ma altre sono ancora nel Paese. Le informazioni sono frammentarie: di sei giocatrici e dell’allenatore, per tutto il pomeriggio,...

Donne in pericolo di vita in Afghanistan. Per le calciatrici dell’Herat, team di una ventina di ragazze nate fra il 1999 e il 2003, la paura è stata (ed è) tanta: un gruppo è fuggito in tempo in Iran, ma altre sono ancora nel Paese. Le informazioni sono frammentarie: di sei giocatrici e dell’allenatore, per tutto il pomeriggio, ieri non si è saputo nulla. Poi, in serata, la schiarita: al momento stanno bene, ma ora chiedono un corridoio umanitario per venire in Italia.

Queste ragazze hanno avuto notorietà, sono simbolo d’emancipazione femminile, quindi corrono rischi alti. I contatti tra atlete e cooperanti italiani – la storia è stata raccontata dall’Ong Cospe di Firenze – sono continui. "Mi scrivono anche dieci volte al giorno frasi come ‘Abbiamo paura, siamo in casa, non usciamo fuori, temiamo chi bussa alla porta", riferisce Stefano Liberati, co-autore con Mario Poeta del docufilm ‘Herat Football club’.

Allenamenti alle 6 o 7 del mattino lontano da sguardi censori, tuta da gioco integrale senza centimetri di pelle scoperti, velo in testa, partite a porte a chiuse con solo i familiari in tribuna: di occidentale c’erano le regole universali del calcio e poco di più, ma era un seme. Vincevano pure, anche le tre partite giocate contro la formazione delle soldatesse italiane di Camp Arena. Ora il calcio non c’è più.

"Sono nubili, il rischio di violenze e ritorsioni è altissimo. Siamo molto preoccupati", aggiunge la cooperante Silvia Ricchieri. Non è l’unico racconto agghiacciante di questi giorni: un’attivista fuggita a Kabul ha riferito che, durante l’avanzata, i talebani avrebbero fatto incetta di bambine per darle in spose come bottino di guerra.