di Giovanni Rossi Il Libano brucia di rabbia. E Beirut, la capitale, torna a incendiarsi. Almeno 60 feriti tra i manifestanti nella commemorazione popolare a un anno dalla devastante esplosione del 4 agosto 2020 alle 18.08. Quel giorno è ancora nel cervello di tutti. Dolore e morte per la deflagrazione di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio lasciate per sette anni in un magazzino del porto. Un’ecatombe: 217 deceduti, oltre 6.000 feriti (spesso menomati o sfigurati), quartieri annichiliti, un terzo degli edifici distrutti, il profilo metropolitano sfregiato da milioni di schegge. Al ricordo di una tragedia senza precedenti anche per un paese allenato ai...

di Giovanni Rossi

Il Libano brucia di rabbia. E Beirut, la capitale, torna a incendiarsi. Almeno 60 feriti tra i manifestanti nella commemorazione popolare a un anno dalla devastante esplosione del 4 agosto 2020 alle 18.08. Quel giorno è ancora nel cervello di tutti. Dolore e morte per la deflagrazione di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio lasciate per sette anni in un magazzino del porto. Un’ecatombe: 217 deceduti, oltre 6.000 feriti (spesso menomati o sfigurati), quartieri annichiliti, un terzo degli edifici distrutti, il profilo metropolitano sfregiato da milioni di schegge.

Al ricordo di una tragedia senza precedenti anche per un paese allenato ai conflitti e alle frammentazioni, i libanesi scendono in piazza per commemorare, protestare, chiedere giustizia. Un anno è trascorso invano. Il Palazzo resiste alla ricerca della verità. Prima la rimozione del procuratore capo Fadi Sawan dopo l’incriminazione di tre ex ministri. E ora nessuno sa come finirà il braccio di ferro tra il nuovo procuratore Tareq Bitar e i pezzi da novanta protetti (per ora) da immunità. Nomi pesanti: dal premier uscente Hassan Diab, al capo dell’intelligence, generale Abbas Ibrahim, ad altri sette ex ministri e deputati.

Pazienza finita. La gente vuole sapere. Pretende di capire. Scende in piazza. Imponenti cortei si dirigono verso l’epicentro dell’esplosione. La folla si assiepa sulle corsie che costeggiano il porto, tra piazza Martiri e il devastato quartiere di Gemmayze (dove si verificano scontri con seguaci governativi). Ci sono familiari delle vittime, attivisti della società civile, seguaci di piattaforme antagoniste, membri di categorie professionali come medici, avvocati, insegnanti, ma anche cittadini comuni che avvertono il peso di quell’esplosione tuttora senza colpevoli. Scampanii dalle chiese e nenie dai minareti annunciano il minuto di silenzio. Ma quando i manifestanti cercano di sfondare il cordone a protezione del Parlamento, la polizia replica coi lacrimogeni. Ed ecco lanci di pietre, tumulti, incidenti.

In questo labirinto religioso di 18 distinte confessioni, dove la mediazione costituzionale è che il capo dello Stato sia cristiano maronita, il premier musulmano sunnita e il presidente del parlamento musulmano sciita, mai come questa volta l’indignazione realizza aggregazioni trasversali, motivate da insostenibile sfiducia in un sistema politico corrotto che non offre plausibili percorsi di verità né fondate speranze di cambiamento. "In questo giorno di commemorazione dolorosa diciamo a tutti, senza eccezione, che la patria è in pericolo e che nulla potrà salvarla se non la nostra unità", dichiara il primo ministro designato Najib Mikati, con contestuale appello alle forze politiche "contro l’egoismo e gli interessi personali" che da dieci mesi impediscono la formazione di un nuovo esecutivo.

Il capo dello Stato Michel Aoun invita la comunità internazionale a perseverare nel sostegno, come sollecitato anche da Papa Francesco che chiede di "aiutare il Libano a compiere un cammino di resurrezione con gesti concreti, non con parole soltanto". E la Conferenza dei donatori riunita a Parigi reagisce con generosità raccogliendo 370 milioni di dollari, 100 ciascuno da Francia e Stati Uniti. Videocollegato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio che annuncia: "L’Italia concorre con convinzione al sostegno del popolo libanese".