Giuseppe

Tassi

Trentasei minuti di parole per chiudere una storia d’amore e di pallone lunga ventun’anni. E poi tante lacrime: vere, autentiche, spontanee, che non avevamo mai visto sul suo volto. Sempre così imperturbabile, quasi un campione-automa. L’addio di Leo Messi al Barcellona è un tango triste come gli occhi della Pulce, persi dentro un passato di gloria.

Alle sue spalle i 35 trofei vinti con la maglia blaugrana, il bottino di un’epopea calcistica che ha trasformato Il Barça nella squadra più forte del mondo, la portatrice di un calcio rivoluzionario.

Ma le lacrime di Leo hanno radici lontane e profonde, che vanno oltre Coppe e trionfi.

Rimandano al Messi bambino, fenomeno precoce del pallone ma insidiato dal nanismo. Era davvero una pulce quel ragazzetto argentino di 13 anni che i medici catalani presero in cura. L’ormone della crescita, la gonadotropina, fece miracoli su quel corpo acerbo. Leo non diventò mai un colosso ma superò la prigione del suo corpo. E il resto lo fece l’immenso talento calcistico, l’istinto quasi animalesco per il gioco. Di qui nasce il debito di gratitudine della Pulce verso il club catalano, quasi un padre adottivo che lo ha aiutato a diventare leggenda e a vincere sei Palloni d’oro. Ecco perché le lacrime di Leo sono autentiche. Per continuare la sua storia in blaugrana, aveva accettato un taglio del 50% del suo faraonico stipendio. Ora lo attendono gli sceicchi del Psg ma il cuore di Leo sarà sempre lì, dove è diventato uomo.