Chiara Di Clemente Ci sono solo due posti al mondo in cui assistiamo senza fare una piega a scene con persone che un minuto prima parlano e il minuto dopo si mettono a cantare, e magari in preda agli orrori più pazzeschi, uccisione di figli, roghi, tisi all’ultimo stadio, agonie per accoltellamento, destini...

Chiara

Di Clemente

Ci sono solo due posti al mondo in cui assistiamo senza fare una piega a scene con persone che un minuto prima parlano e il minuto dopo si mettono a cantare, e magari in preda agli orrori più pazzeschi, uccisione di figli, roghi, tisi all’ultimo stadio, agonie per accoltellamento, destini suicidi. Cantano: roba da pazzi, se non che all’opera – o in un musical – ci viene richiesto fin da subito un atto di fede in qualcosa che è totalmente inverosimile, e quell’atto di fede lo stringiamo il più delle volte immediatamente, in un soffio, basta che si abbassino le luci e lo spettacolo – quello dell’opera lo fa da almeno 400 anni – vada in scena.

L’opera necessita di un senso in più, da parte dello spettatore: il senso che sospende la vigilanza razionale e che accende la fiducia della percezione del cuore. Se l’abbandono funziona, la nostra coscienza arriverà a sfiorare vette di verità sentimentali altissime: il dolore di Rigoletto è il dolore assoluto di un padre, la preghiera di Norma è la speranza di pace più lontana e più dolente. Che poi la regia del melodramma in scena segua rigori filologicamente corretti, o si apra a visioni audaci disturbanti come illuminanti, o che si faccia interprete delle istanze “sociali“ ritenute più urgenti dall’attualità, conta sì tanto, ma non tantissimo. Grazie alla sua storia l’opera ha le spalle larghe sia per non lasciarsi scalfire dalla noia del già visto, sia per tramutarsi in un esperimento che l’avvicini ai più giovani. Perché – come diceva qualcuno – la musica non ha bisognodell’esperienza, la musica è. E basta.