di Viviana Ponchia È come se dicessero che a Napoli con la pizza si è esagerato, che a Malibù i surfisti rovinano la linea dell’orizzonte. Amsterdam se la prende con le biciclette, il suo simbolo, l’esempio della viabilità virtuosa. L’amante del pedale arriva in Olanda e si sente in paradiso. Per la municipalità le due ruote, ormai più numerose dei residenti, sfreccianti su 767 chilometri di piste, sono diventate un inferno. I ciclisti giocano a birilli con i pedoni, li costringono a buttarsi sulla strada. E in preda all’anarchia della specie dominante parcheggiano dappertutto, anche sui celebri ponti, danneggiando la vista dei canali e gli scorci...

di Viviana Ponchia

È come se dicessero che a Napoli con la pizza si è esagerato, che a Malibù i surfisti rovinano la linea dell’orizzonte. Amsterdam se la prende con le biciclette, il suo simbolo, l’esempio della viabilità virtuosa. L’amante del pedale arriva in Olanda e si sente in paradiso. Per la municipalità le due ruote, ormai più numerose dei residenti, sfreccianti su 767 chilometri di piste, sono diventate un inferno.

I ciclisti giocano a birilli con i pedoni, li costringono a buttarsi sulla strada. E in preda all’anarchia della specie dominante parcheggiano dappertutto, anche sui celebri ponti, danneggiando la vista dei canali e gli scorci da cartolina. Fermarli non si può, non dopo la fatica che si è fatta per convincerli a scendere dalla macchina. E allora ecco che per contrastare il caos il comune li prende con un fiore: tutte le ringhiere avranno vasi di legno per costringerli a fare scattare il lucchetto da un’altra parte. E all’interno dei parcheggi per le auto saranno creati appositi spazi.

Il tentativo di liberare il centro città non è la fine di un lungo rapporto d’amore, solo un tentativo di disciplinarlo. La bicicletta ad Amsterdam è un filo di Dna, una mutazione antropologica che, se non lo ammazza, sorprende e diverte lo straniero. Al turista dopo poche ore viene il sospetto che i locali nascano sapendo già pedalare. Nessuno ha mai visto un bambino cadere, nessuno porta il casco. È un attimo capire di non essere all’altezza di una pista ciclabile nell’ora di punta, non più di un risciò in autostrada. Precedenze? Questione di sguardi, l’importante è non fermarsi e cercare di evitare lo scontro senza mollare i pedali. Chi mette il piede a terra perde e poi se la dovrà comunque vedere con gli scooter (anche qui niente casco), con i broomers (le sedie a rotelle elettriche in voga fra gli anziani), le micro car. Fra quegli sciami irrequieti entra tutto ciò che non emette CO2 ma mai, per niente al mondo, un pedone: non esiste niente di più umiliante di un coro di campanelli che sottolinea l’inadeguatezza.

Gli olandesi hanno sempre fretta, specie quando vanno al lavoro, e considerano un loro diritto insultare gli ostacoli: un "ding" significa "attenzione arrivo!", "ding, ding" vuole dire spostati e "ding, ding, ding", volendo essere educati, sta per "sei pazzo?". Adesso anche loro dovranno abbassare la cresta e fare il possibile perché chi cammina e basta con aria sognante non finisca sotto un autobus, respinto dal marciapiedi ingolfato.

I numeri sono dalla parte dei ciclisti, che la pandemia ha fatto ulteriormente aumentare svuotando i mezzi pubblici. L’ambiente ringrazia, tutto ciò che non ha due ruote ecologiche assiste impotente alla propria resa.

Ma Amsterdam non è sempre stata la capitale mondiale del ciclismo urbano. Negli anni Cinquanta interi quartieri furono rasi al suolo per fare posto alle strade e favorire il traffico motorizzato e gli incidenti crebbero in maniera esponenziale. Nel 1971 si contarono 3.300 morti, fra cui 400 bambini, e la popolazione insorse. Episodi di disobbedienza civile come quelli organizzati da Stop de Kinermoord (fermate la strage dei bambini) e la crisi petrolifera globale alla fine portarono a un nuovo modo di vivere e circolare. La specie dominante adesso se ne approfitta e va messa in riga.