di Ettore Maria Colombo Cinquecentomila firme raccolte in una settimana sul referendum per la legalizzazione della cannabis. Un milione per permettere l’eutanasia. Quasi altrettante sui sei quesiti sulla giustizia. La raccolta di firme sui più diversi quesiti referendari vola anche grazie a un emendamento, a prima firma Riccardo Magi, che permette, grazie alla firma digitale, la firma ai referendum via Spid. Il Parlamento, scavalcato e svuotato nelle sue funzioni (altrettante leggi su tali temi languono da mesi, se non da anni) prova a reagire. La “testa d’uovo“ del Pd, il...

di Ettore Maria Colombo

Cinquecentomila firme raccolte in una settimana sul referendum per la legalizzazione della cannabis. Un milione per permettere l’eutanasia. Quasi altrettante sui sei quesiti sulla giustizia. La raccolta di firme sui più diversi quesiti referendari vola anche grazie a un emendamento, a prima firma Riccardo Magi, che permette, grazie alla firma digitale, la firma ai referendum via Spid. Il Parlamento, scavalcato e svuotato nelle sue funzioni (altrettante leggi su tali temi languono da mesi, se non da anni) prova a reagire. La “testa d’uovo“ del Pd, il deputato Stefano Ceccanti, è in prima fila, con una proposta di legge già depositata.

Volete mettere la mordacchia ai referendum?

"No. Il punto non sono i referendum già indetti, che viaggiano con i termini fissati dalla legge istitutiva (è del 1970, ndr), ma quelli futuri. I problemi sono due, successivi alla raccolta delle firme. Il primo è il giudizio della Consulta, che rischia di frustare le istanze dei richiedenti perché applica sempre criteri molto rigorosi nel vagliare i quesiti. Invece non vogliamo affatto frustare la partecipazione".

Il secondo problema?

"Il numero degli elettori fissato, la metà più uno degli aventi diritto al voto, affinché un referendum abrogativo sia valido, è troppo alta. Tu puoi anche raccogliere uno o due milioni di firme, ma poi devi portare a votare circa 25 milioni di italiani, altrimenti il referendum non è valido. Regola fissata nel 1948, quando gli aventi diritto al voto erano 30 milioni, oggi sono 50. La campagna per l’astensionismo, più l’astensionismo storico, rischia di farli fallire, come già successo".

Rimedi a questa doppia obiezione?

"Al primo problema si ovvia inserendo un controllo di costituzionalità della Consulta dopo la raccolta delle prime 100 mila firme, un numero congruo per indicare una chiara volontà popolare. Al secondo problema si rimedia abbassando il quorum di validità del referendum alla metà più uno degli elettori che hanno votato alle ultime elezioni politiche: nel 2018, per dire, ha votato il 76% dell’elettorato, quindi il quorum sarebbe fissato al 38% degli aventi diritto al voto. Il quorum per la raccolta firme, però, va alzato, almeno a 800mila elettori per potersi poi tenere".

Ma lei è contro la firma digitale?

"No. Rimuovere gli ostacoli burocratici alla raccolta di firme è giusto, ma vedo in giro troppi referendari pieni di sé e che credono che, su ogni referendum, bastino le firme. Invece, poi, servono gli elettori. Ecco il perché della mia pdl, già depositata in Parlamento: aumentare le firme a 800mila e rivedere il quorum dei votanti".

Voterebbe i referendum in campo?

"Sulla cannabis non ho ancora studiato il quesito. Sull’eutanasia si passa dalla depenalizzazione di chi aiuta un malato terminale a morire, come prescritto dalla Consulta, all’omicidio del consenziente, non del malato. Il testo base all’esame del Parlamento è assai più equilibrato".