Alzheimer, come prevenirlo

Roma, 9 gennaio 2018 - Un milione di persone in Italia. Tanti sono affetti da demenza. Di questi, il 60% almeno è colpito da Alzheimer. Parliamo di individui con deficit neurologici e della memoria. Si perdono per strada, faticano a vestirsi. Ad allungarsi qui non è la vita ma la vecchiaia, con tutti i suoi inconvenienti.

Come una doccia fredda arriva la notizia che una delle maggiori industrie farmaceutiche a livello mondiale ha sospeso le ricerche sui nuovi farmaci per fermare l’Alzheimer e il Parkinson. Pfizer è l’ultimo colosso a gettare la spugna in un settore difficile.

Ingenti investimenti hanno dato risultati mediocri. Per questo la casa farmaceutica americana, annuncia il Wall Street Journal , ha deviato risorse verso altri campi di studio. Trovare antidoti alle amnesie e al deterioramento mentale è un’impresa disperata. Pfizer assicura di voler continuare a investire nello sviluppo di medicine contro il dolore e le malattie neurologiche, intanto però si appresta a licenziare 300 addetti nei laboratori in Massachusetts e in Connecticut.

La retromarcia ha smorzato gli entusiasmi per la scoperta italiana, venuta il mese scorso, che individuava nella Pet, la tomografia assiale a positroni, l’indagine principe per la diagnosi precoce dell’Alzheimer, attraverso lo studio del metabolismo nel cervello. In un caso su cinque infatti la risonanza magnetica non dava risultati certi, secondo quanto indicato da Marco Pagani e Fabrizio De Carli del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr). Sempre in dicembre la Sin, Società Italiana di Neurologia, aveva annunciato il varo del progetto Interceptor, dedicato alla malattia di Alzheimer, messo a punto da un tavolo di lavoro coordinato da Mario Melazzini (Aifa) con l’ok del ministero.

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«Interceptor è il modello che identifica la popolazione a rischio che potrà entrare nei trial di farmaci innovativi per forme iniziali della malattia – ha spiegato Paolo Maria Rossini, direttore dell’Istituto di Neurologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, Policlinico Gemelli – utilizza marcatori, esami e analisi, da affiancare ai test, per formulare prognosi più precise».

Negli ultimi dieci anni, nella gara a trovare soluzioni efficaci, il più delle volte si è mancato il bersaglio. Resistono gli studi congiunti Eli Lilly AstraZeneca, e un trial relativo all’ anticorpo spazzino di Eisai Biogen. Si tratta di molecole somministrabili sottocute o endovena. Riducono la produzione di proteina beta-amiloide che si deposita nel cervello delle persone malate, raggiungono i tessuti per rimuovere le placche o seguono altre strade (dette ant-tau) per ottenere lo scopo. Su questa strada si muovono anche Boehringer, Johnson & Johnson, Roche. I primi risultati sono attesi nel 2019 ma ci vorranno anni per arrivare all'eventuale impiego clinico. Si muove anche la ricerca di base. Laura Calzà, direttore scientifico della Fondazione Iret, già allieva di Rita Levi Montalcini, conduce una promettente linea di indagine a Ozzano, Tecnopolo di Bologna, con il sostegno di vari enti tra cui il Rotary.

I trattamenti attuali faticano a fermare l’evoluzione della malattia. Qualche beneficio, nelle persone con problemi di demenza, si ottiene con ausili quali la domotica, la musicoterapia, l’impiego di animali domestici (pet therapy) e di bambole (doll therapy), i percorsi facilitati, gli ambienti ricreativi (Snoezelen room), sperimentazioni in corso al Villaggio Amico di Gerenzano e all’Inrca di Ancona. Sport e giochi rinfrescano la mente, come nella camminata wal (walk & learn) . La vicinanza dei familiari, l’affetto, fanno la differenza. La solitudine e la carenza di stimoli, al contrario, cancellano più in fretta i ricordi. (Alessandro Malpelo, QN Quotidiano Nazionale)