Viviana

Ponchia

Oggi Tommi mi ha detto: adesso capisci, mamma? Capisci in che maniera si può essere felici? Si riferiva ai clamorosi risarcimenti della malattia ereditata dal padre. Da me interpretata come inutile mattanza essendo il povero ragazzo del Toro. Ricordo con vaghezza l’82. E quel senso di gioia piena che attribuivo all’adolescenza, mica a un mondiale. Ero stracontenta anche nel 2006 perché leggevo Osho e il mistico in limousine raccomandava di scegliere la felicità ogni mattina come si fa con le cravatte. Cosa poteva mai c’entrare il calcio? Invece c’entrava.

Domenica sono stata felice per tutto il giorno senza che un solo dettaglio autobiografico mi autorizzasse a esserlo (non leggo più Osho). Fra tante giornate che scivolano senza lasciare traccia qualcuna si infila nella memoria tutta intera. Ed eccola lì. Come nell’82. E nel 2006. Vibrante di presenza, perfetta. Già solo l’attesa di un evento che non mi riguardava mi rendeva felice. E non mi sono più fermata. Ho arraffato tutte le metafore possibili sul fiume fantasma che si inabissa ma poi torna a lambire le nostre vite. Agganciando la felicità a una partita. Ero felice di verificare che la scaramanzia funziona e ai rigori bisogna chiudersi in bagno tappandosi le orecchie. Che si può avere contro uno stadio ma non conta quando c’è il sostegno del resto del mondo. Felice perché affondando in un evento collettivo ho perso ogni traccia di me, come nell’82 e nel 2006. Un sollievo pazzesco.