di Riccardo Jannello Da mille euro a una cifra che non si può valutare: la parabola dell’Ecce Homo messo all’asta ad aprile da Ansorena attribuito alla "bottega di Ribera" e ritirato tre giorni prima "per troppo interesse", sembra essere conclusa: la tela è di Michelangelo Merisi, detto Caravaggio. Ne sono certi valenti studiosi, prima Massimo Pulini ora Maria Cristina Terzaghi, la cui perizia sulla tela ha cancellato ogni dubbio e ha dato a quella che era considerata poco più di una "crosta" (mille euro di base d’asta sono davvero pochi) un valore inestimabile. Il problema ora è capire se...

di Riccardo Jannello

Da mille euro a una cifra che non si può valutare: la parabola dell’Ecce Homo messo all’asta ad aprile da Ansorena attribuito alla "bottega di Ribera" e ritirato tre giorni prima "per troppo interesse", sembra essere conclusa: la tela è di Michelangelo Merisi, detto Caravaggio. Ne sono certi valenti studiosi, prima Massimo Pulini ora Maria Cristina Terzaghi, la cui perizia sulla tela ha cancellato ogni dubbio e ha dato a quella che era considerata poco più di una "crosta" (mille euro di base d’asta sono davvero pochi) un valore inestimabile.

Il problema ora è capire se l’Ecce Homo esposto a palazzo Bianco di Genova sia davvero, come sostengono molti, una copia di qualche allievo meridionale dell’artista bergamasco. I risultati delle 35 pagine della perizia Terzaghi sono stati anticipati da El Pais: il tratto e lo stile sono quelli del Caravaggio e la storia della tela è congrua con l’attribuzione dell’opera, datata 1605, quando il Merisi aveva 34 anni, coeva di alcuni altri capolavori, come la "Madonna dei Pellegrini" di Sant’Agostino a Roma. La Terzaghi racconta il viaggio del quadro da quando lasciò l’Italia e arrivò in Spagna a metà del XVII secolo e poi finì nelle mani della famiglia erede del politico liberale e collezionista d’arte, Evaristo Pérez de Castro.

L’esperta, tuttavia, lascia aperti tre punti di una delle scoperte più importanti della storia dell’arte d’inizio XXI secolo: non è chiaro dove il dipinto sia stato acquistato prima di arrivare in Spagna, anche se Napoli è più di una possibilità; che cosa sia successo alla tela durante l’invasione napoleonica; dove Caravaggio abbia eseguito l’opera.

Napoli è al centro di questa storia. D’altronde il Regno di Spagna era padrone della città e l’Ecce Homo, di cui non si cita mai l’autore, è inventariato per la prima volta da parte di Juan de Lezcano, segretario della corte napoletana, nel 1631: la tela sarebbe stata acquistata in un mercato della città dal viceré, il Conte di Castrillo. Appare quindi in due liste di opere portate in Spagna fra il 1657 e il 1659 assieme a un altro Caravaggio, la "Salomè con la testa del Battista" del 1609 che ora si trova nel palazzo Reale di Madrid. Carlo II lo accoglie nelle sue Collezioni Reali nel cui registro viene indicato come la presenza di "un altro quadro, di un Ecce Homo, alto una canna e mezzo: con cornice nera valutato a sessanta dobloni". Quindi una serie di passaggi di proprietà e gli eredi de Castro che l’hanno consegnato ad Ansorena per metterlo all’asta. Che accadrà ora all’Ecce Homo di Madrid e cosa a quello di Genova? E perché (vanità?) la famiglia Cardi descrisse l’Ecce Homo ora a palazzo Bianco come opera di Caravaggio dipinta in una disputa col Passignano e col Cigoli per una commessa del cardinale Massimo Massimi attribuita poi a quest’ultimo, zio dei Cardi? Michelangelo Merisi ci ha lasciato molti misteri, indubbiamente più che un bieco assassino fu uno dei geni della pittura di ogni tempo sul quale gli studiosi devono scrivere ancora molte pagine.