di Chiara Di Clemente Come si alza il sipario, si dà per scontato che è mobile, qual piuma al vento muta d’accento e di pensiero perciò la donna è per sua natura – sempre la solita storia degli estrogeni – inaffidabile, dunque reietta. Lo è da sempre dappertutto. In particolare in quel bell’ambientino storicamente parecchio misogino del mondo della musica classica, la donna è reietta da ben prima che Verdi (con Francesco Maria Piave e Victor Hugo) componesse il Rigoletto e lo è persino oggi, tanto che all’ultimo festival di Sanremo non ha mancato di fare gran notizia la disquisizione su come debba essere chiamata...

di Chiara Di Clemente

Come si alza il sipario, si dà per scontato che è mobile, qual piuma al vento muta d’accento e di pensiero perciò la donna è per sua natura – sempre la solita storia degli estrogeni – inaffidabile, dunque reietta. Lo è da sempre dappertutto. In particolare in quel bell’ambientino storicamente parecchio misogino del mondo della musica classica, la donna è reietta da ben prima che Verdi (con Francesco Maria Piave e Victor Hugo) componesse il Rigoletto e lo è persino oggi, tanto che all’ultimo festival di Sanremo non ha mancato di fare gran notizia la disquisizione su come debba essere chiamata una ragazza che – fatto evidentemente ancora ritenuto eccezionale – sale sul podio a dirigere l’orchestra.

È per questo che suonano dirompenti le parole di ieri dal sovrintendente della Scala Dominique Meyer sul “nuovo corso“ che deve intraprendere il Teatro: "Questo momento del Covid – ha spiegato Meyer – serve anche per mettere diverse cose a posto e penso che sia necessario un lavoro sull’equità uomodonna". Non “quote rosa“, ma un nuovo impegno per l’uguaglianza di genere che punti alla parità degli stipendi, senza però fermarsi a questo: Meyer ha annunciato che sarà introdotto ("spero prima dell’estate") un codice di comportamento a tutela della dignità delle lavoratrici, mentre gli altri obiettivi da raggiungere sono la valorizzazione delle componenti femminili dell’organigramma e un maggiore spazio alle artiste. "Dobbiamo far capire alle giovani che se hanno talento, avranno una chance: le donne devono avere la possibilità di esprimere il loro genio", le parole del sovrintendente francese, 65 anni, già direttore dell’Opera di Stato di Vienna.

Meyer sa che il problema è vastissimo: ecco allora la chiamata della coreografa Natalia Horecna e della regista Irina Brook, la figlia del gigante Peter e di Natasha Parry, che ha appena realizzato il Dittico di Kurt Weill (pure se non mancano illustri precedenti scaligeri come la Traviata della Cavani o la Carmen di Emma Dante). Il nodo della “grande discriminazione“ è però quello delle compositrici: in tal senso Meyer ha fatto il nome di Olga Neuwirth, già ospitata da lui a Vienna. Dopodiché, il comitato direttivo della Scala: "Qui noi abbiamo solo due donne: certo non possiamo mandare via gli uomini che ci sono ora – ha sottolineato – ma quando ci sarà un posto libero, la presenza femminile aumenterà nella gerarchia".

Infine, il podio. "Passi avanti sono stati fatti – ha osservato –. Non vedo più resistenza delle orchestre" quando a dirigere è una donna, così alla finlandese Susanna Malkki è affidato il concerto in streaming del 23 aprile, mentre è in arrivo Speranza Scappucci. Resta da decidere come chiamarle: direttore, al modo della molto talentuosa ma non tanto femminista Beatrice Venezi, o direttrice, come hanno rivendicato coloro che combattono il sessismo anche attraverso l’utilizzo delle parole – laddove esistano e pure no – declinate al femminile. Fermo restando che se la donna è mobile, "l’arte non ha sesso e l’autorevolezza nasce solo dallo studio e dalla passione", come ha sempre sostenuto la Scappucci.