23 mar 2022

"Aiuti militari e sì a Kiev nella Ue" La linea Draghi agita Lega e M5s

Il premier: "Davanti all’inciviltà l’Italia non si volta indietro". Un pezzo di maggioranza frena sulle armi

antonella coppari
Cronaca
La standing ovation del governo italiano alla fine del discorso in video conferenza del presidente ucraino a Montecitorio
La standing ovation del governo italiano alla fine del discorso in video conferenza del presidente ucraino a Montecitorio
La standing ovation del governo italiano alla fine del discorso in video conferenza del presidente ucraino a Montecitorio

di Antonella Coppari

Lo notano tutti, e tutti sorprende. Rispetto a un discorso particolarmente pacato del presidente Zelensky, a picchiare duro è il premier italiano. Nulla di nuovo nella sostanza, se non un impegno, volutamente amplificato, a sollecitare l’ingresso dell’Ucraina in Europa. "L’Italia la vuole nella Ue". Sono i toni perentori a rendere agguerrito l’intervento di Draghi: "Di fronte ai massacri, dobbiamo rispondere con gli aiuti, anche militari, alla resistenza". Davanti "all’inciviltà, l’Italia non si volta indietro".

C’è chi ritiene che il presidente del consiglio abbia scelto una linea così drastica per chiarire che non si farà condizionare da eventuali mal di pancia della sua maggioranza. Quei disagi, per ora, si appuntano essenzialmente, su una voce apparentemente collaterale: l’aumento delle spese militari. I 5 stelle, che pure hanno votato un ordine del giorno alla Camera in tal senso, sono ora apertamente contrari. "Non siamo sotto i bombardamenti. Io mi preoccupo degli italiani che, col caro energia, non arrivano a fine mese", chiarisce il leader Conte. I senatori M5s non escludono, quando il decreto Ucraina arriverà in aula la prossima settimana, la presentazione di un nuovo odg che permetterebbe al Movimento di mantenere la posizione senza spaccare la maggioranza. Probabilmente, però, la rigidità di Draghi si spiega in altro modo: il segnale più che a Conte è rivolto alla Casa Bianca. È sin troppo evidente che i rapporti strettissimi che c’erano fra Italia e Russia e le esitazioni nei primi giorni del nostro governo di fronte a sanzioni che rischiano di bloccare la ripresa hanno gettato un’ombra di sospetto sulla tenuta dell’Italia, soprattutto dall’altra parte dell’Atlantico. Da quel momento, premier e ministro degli esteri non hanno perso occasione per dare prova dell’assoluta lealtà, al punto che Palazzo Chigi non si oppone a quella proposta di embargo su gas e petrolio russo che per la nostra economia sarebbe devastante, lasciando l’onere di bocciarla alla Germania. Oggi le comunicazioni alle Camere di Draghi alla vigilia del consiglio europeo (tra i temi di una telefonata con il presidente francese Macron) saranno concluse da un voto che non sembra presentare problemi. Se anche ci saranno distinzioni negli interventi in aula si tratterà di sfumature.

E tuttavia, quelle divisioni latenti esistono e, ove emergessero, potrebbero diventare un problema per il governo. Sulla crisi ucraina ci sono due schieramenti che non coincidono con quelli classici di maggioranza e opposizione. Il Pd è il partito più attestato sulla linea del massimo rigore: Letta non perde occasione per far capire di essere pronto a tutto. Ma nella maggioranza solo Renzi è sulle stesse posizioni: in compenso, Fratelli d’Italia fa blocco sulla linea del segretario democratico: "Zelensky è un leader europeo che parla al cuore e ai valori della nostra civiltà", dichiara Giorgia Meloni. Il disagio però corre sotto pelle nel resto dei partiti che sostengono Draghi, anche se i sintomi sono ancora lievi. Nei banchi della Lega , ieri sono state tutto sommato contenute le defezioni (oltre 300 in totale) , termometro ideale per registrare il livello di accordo con la posizione dura dell’Occidente: 20 parlamentari (più altri 20, la cui assenza era giustificata). Salvini marca la distanza a passo felpato: "Faccio fatica ad applaudire quando si parla di armi". Più vasto il dissenso che serpeggia tra i 5stelle, con con Putin avevano flirtato. I frondisti, solo tra i senatori, sono stati 40, cifra di tutto rispetto senza contare la rottura del presidente della commissione esteri Petrocelli. Conte minimizza, limitandosi a sfogliare il manuale: "Con le sue dichiarazioni, Petrocelli si mette fuori da solo". Con lui, a un passo dall’espulsione, Segneri e Lorenzoni. Le assenze? "Annunciate".

Al netto del distinguo sulle armi, a scavare una presa di distanza sia pur cauta c’è: " Massimo sostegno al popolo ucraino nel percorso di pace indicato", dichiara Conte. Leu è sulla stessa lunghezza d’onda: nessuna critica esplicita ma la sottolineatura che le sanzioni servono solo per costringere "Mosca alla trattativa", per dirla con Loredana Petris. Non è ancora una situazione tale da allarmare Draghi. Che lo diventi dipende da ciò che succederà sui due fronti del conflitto in Ucraina: militare e diplomatico. E’ chiaro che quando le armi smetteranno di parlare i dissensi su sanzioni che per l’Italia hanno un costo elevatissimo emergeranno.

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