Ci siamo più volte chiesti il motivo per il quale gli stati di provenienza degli immigrati non accettano di riprendersi in carico le persone che sono scappate dai loro paesi e sono approdate in Europa. Il motivo per il quale nonostante tutti gli sforzi immaginabili il ministro Salvini non riesce a incrementare gli accordi di rimpatrio che aveva ereditato da Minniti, che restano pochissimi (cinque o sei) e in ogni caso difficili da far funzionare. E notare che gli sforzi italiani, come quelli degli altri paesi europei, sono stati realmente considerevoli, e non è difficile pensare che nel corso delle trattative per chiudere le intese siano stati appoggiati sul tavolo anche argomenti tangibili, nella forma di accordi commerciali, aiuti allo sviluppo, parteneriato di aziende. Niente da fare, solo rifiuti netti e apparentemente poco comprensibili. Poi arrivano i dati sulle «rimesse» dei cittadini extracomunitari dall’Europa ai paesi di origine, e tutto diventa più chiaro. I dati sono stati forniti nel corso della Giornata Internazionale delle Rimesse Familiari (IDFR), e raccontano non tanto della grande quantità di denaro che dai paesi ricchi viene spedita ogni anno verso i paesi in via di sviluppo (550 miliardi di dollari, venti in più dell’anno precedente) quanto del gran numero di persone che in Africa, Sudamerica, Asia, vive con quesi soldi, anche se pochi. Si calcola che circa una persona su nove nel mondo più povero si sostenga con quei denari. Si tratterà anche di cifre modeste, magari 2-300 euro a rimessa, ma in un’area rurale dell’Africa o dell’estremo oriente, è un importo che aiuta a campare una famiglia. Ecco perché nonostante tutte le pressioni possibili i paesi africani o asiatici hanno interesse a non interrompere quel flusso, ecco perché la porta di rientro per gli immigrati già arrivati in Europa resta sbarrata.