Mercoledì 24 Luglio 2024

Agricoltura senza barriere. L’orto è della comunità

Sant’Agata sul Santerno, l’esperienza di Terrestra che preserva la biodiversità

Agricoltura senza barriere. L’orto è della comunità

Agricoltura senza barriere. L’orto è della comunità

L’entrata, lungo la San Vitale a Sant’Agata sul Santerno (Ravenna), è quasi invisibile. Un cancello aperto fra due piloni, ma nessuna insegna, nulla che annunci un luogo pur così speciale. Il Podere Casetta, sette ettari di terreni, è un’esperienza di "agricoltura sostenuta dalla comunità". Spiega Silvia Pattuelli, la fondatrice: "È un modello che arriva dal Giappone ma si è diffuso anche in Europa. Funziona così: all’inizio dell’anno programmiamo le coltivazioni, calcoliamo i costi di produzione, i compensi di chi lavora, al momento tre persone, e dividiamo il totale per i soci di Terrestra, l’associazione che sostiene il podere. I soci al momento sono 56: pagano in anticipo e durante l’anno avranno ogni settimana una cassetta di verdure miste". L’agricoltura, in questo modo, diventa un fatto collettivo, sfugge alle leggi del mercato ed entra nelle dinamiche di coesione e sperimentazione sociale.

Il Podere Casetta appartiene alla famiglia di Silvia, che una decina di anni fa abbandonò casa e lavoro a Bologna per tornare a Sant’Agata e dedicarsi all’agricoltura. "Qui c’era un frutteto – racconta – ma ormai non rendeva più, troppo bassi i prezzi di mercati". Così cominciò l’avventura di Terrestra, che è un esperimento di agricoltura rigenerativa e anche antispecista. A Terrestra non si sfrutta nessuno: né umani, né animali. Non si usa letame e non ci sono nemmeno protezioni contro caprioli e altri selvatici: "Abbiamo calcolato che si mangiano il 10% del raccolto, e a noi va bene così, questo territorio è anche loro", spiega Silvia.

La visita all’orto con Repubblica Nomade diventa una lezione di agricoltura viva. "I terreni – dice Silvia – qui erano quasi isteriliti da anni e anni di sfruttamento intensivo. Abbiamo cambiato tutto, estirpando gli alberi da frutto e cominciando a nutrire il suolo coi sovesci e altre tecniche. Abbiamo ripiantato le siepi e un boschetto che non tocchiamo mai, per favorire la biodiversità. Lasciamo anche crescere l’erba". Quando si avvicina a un fazzoletto di terra coperto solo di erba, Silvia spiega: "Questa è tutta gramigna, l’anticamera della desertificazione. È un pezzetto di terra che non abbiamo ancora recuperato. Dovremo nutrirlo, rigenerarlo". La tecnica è ripresa da metodi in uso nel Messico indigeno. Piano piano il podere è rinato a nuova vita. Anche a colpo d’occhio, è molto diverso da quelli vicini. Gli altri agricoltori, ancora oggi, storcono il naso, ma la Cia, la Confederazione degli agricoltori, ha chiesto a Silvia di associarsi. "La nostra – dice la fondatrice di Terrestra – è un’esperienza sociale e dimostra che un’altra agricoltura è possibile".

Lorenzo Guadagnucci