Lorenzo

Guadagnucci

Comincia, lentamente, la civiltà del dopo-plastica. Da sabato scorso in tutta l’Unione europea sono banditi posate, piatti, cannucce e altri materiali monouso in plastica o polistirene espanso, come i contenitori per alimenti e bevande (resteranno disponibili solo fino all’esaurimento delle scorte). È una decisione attesa da tempo. I nostri mari, in particolare, stanno soffocando per l’abuso che si è fatto di un materiale straordinario per la sua versatilità, ma insidiosissimo per la sua longevità.

Le plastiche non smaltite hanno invaso i mari e gli oceani, intossicati da oggetti dispersi e da grandi isole di plastiche vaganti; i pesci e gli altri animali marini stanno soccombendo. Un recente rapporto stima che nel solo mare Mediterraneo si siano accumulate un milione 178mila tonnellate di plastica. Un’altra ricerca, qualche anno fa, ragionando in particolare sulle microplastiche, definiva il “Mare Nostrum” dei romani una "zuppa di plastiche". La plastica è stata una grande invenzione del ’900, ma si è rivelata nel tempo una maledizione. Il divieto deciso da Bruxelles è un primo passo nella direzione giusta, ma niente più: un gruppo di scienziati chiede che si smetta entro il 2040 di produrre plastica, limitandosi a usare quella riciclata. Come dire che occorre ripensare il sistema degli imballaggi e delle produzioni, convertendo l’attuale industria delle plastiche. Intanto diciamo addio all’era dell’usa e getta.