Giordano Bruno Guerri, toscano di Monticiano, 70 anni
Giordano Bruno Guerri, toscano di Monticiano, 70 anni
"Non ho voluto le chiavi della Priorìa. Sarebbe stato indelicato nei confronti del padrone di casa: D’Annunzio è sempre lì, ne sento i passi ogni sera". Cento anni dopo, Giordano Bruno Guerri celebra l’avvento del Vate nel luogo costruito a sua somiglianza. Il superuomo e lo studioso controcorrente. Esteta, poeta, romanziere, asceta, eroe e seduttore l’uno. Storico, saggista, giornalista, libertino in sonno ("ho scoperto la gioiosa monogamia nel matrimonio") e accademico l’altro. In qualche modo si appartengono. E per certi versi si sovrappongono. Guerri, classe 1950, due figli di 14 e 9 anni avuti dalla seconda moglie, è presidente della Fondazione del Vittoriale degli Italiani dal 2008. Ha raddoppiato i visitatori, rivoltando come un guanto quel mondo affacciato sul Garda: "I marmi rosa splendono, le facciate degli edifici sono tornate al giallo originale. E abbiamo ultimato il teatro perfettissimo sotto le stelle com’era stato pensato". Il 28 gennaio 1921 il divo Gabriele entra nella villa, confiscata dallo Stato al professore tedesco Henry Thode. Il primo febbraio firma il contratto d’affitto per 600 lire al mese. Il 14 febbraio si insedia e scrive alla moglie separata Maria Hardouin di Gallese: "Ho trovato qui sul...

"Non ho voluto le chiavi della Priorìa. Sarebbe stato indelicato nei confronti del padrone di casa: D’Annunzio è sempre lì, ne sento i passi ogni sera". Cento anni dopo, Giordano Bruno Guerri celebra l’avvento del Vate nel luogo costruito a sua somiglianza. Il superuomo e lo studioso controcorrente. Esteta, poeta, romanziere, asceta, eroe e seduttore l’uno. Storico, saggista, giornalista, libertino in sonno ("ho scoperto la gioiosa monogamia nel matrimonio") e accademico l’altro. In qualche modo si appartengono. E per certi versi si sovrappongono. Guerri, classe 1950, due figli di 14 e 9 anni avuti dalla seconda moglie, è presidente della Fondazione del Vittoriale degli Italiani dal 2008. Ha raddoppiato i visitatori, rivoltando come un guanto quel mondo affacciato sul Garda: "I marmi rosa splendono, le facciate degli edifici sono tornate al giallo originale. E abbiamo ultimato il teatro perfettissimo sotto le stelle com’era stato pensato".

Il 28 gennaio 1921 il divo Gabriele entra nella villa, confiscata dallo Stato al professore tedesco Henry Thode. Il primo febbraio firma il contratto d’affitto per 600 lire al mese. Il 14 febbraio si insedia e scrive alla moglie separata Maria Hardouin di Gallese: "Ho trovato qui sul Garda una vecchia villa del defunto dottor Thode. E’ piena di libri. Rimarrò qui qualche mese per licenziare finalmente il Notturno".

Ci resterà fino al primo marzo 1938, le otto e cinque di sera, ora della sua morte. Ma da lì non se n’è mai andato.

Che uomo arriva al Vittoriale?

"Ha 58 anni. E’ amareggiato, deluso, arrabbiato. L’impresa fiumana è fallita, affondata da due cannonate sparate da Giolitti per ucciderlo".

Un sogno evaporato?

"D’Annunzio è un glorioso sconfitto: partito per annettere Fiume all’Italia, ha cercato invano di annettere l’Italia a Fiume. La Carta del Carnaro è la più moderna Costituzione di ogni tempo. E’ carismatico, popolarissimo, stimato da destra e sinistra. Mussolini manda Balbo e Dino Grandi a parlargli, ma lui li rispedisce al mittente. Gramsci vuole incontrarlo eppure non viene ricevuto".

E’ questo il suo errore?

"Si illudeva di rientrare in gioco. Però il re non lo chiamerà mai. D’Annunzio mancava di strategia politica, Mussolini che ce l’aveva l’ha tradito".

Quando decide che la villa sarà il suo rifugio?

"Il 21 ottobre del ‘21 la compra per 260mila lire. Poi assume l’architetto legionario Giancarlo Maroni: sventra l’edificio, moltiplica le stanze, lo trasfigura. Allarga la proprietà a dieci ettari e ne fa un principato. La sua idea visionaria prende forma".

E’ un’autocelebrazione?

"Il mio libro di pietre vive, lo chiamava. Il Vittoriale è l’opera finale".

Lei vive lì: che cosa prova?

"Suggestione emotiva. Sto al Casseretto, la casa-studio di Maroni: c’è un tavolino a tre gambe per le sedute spiritiche. Nel corpo centrale una guardia gira tutta la notte. Entro nella Priorìa: dalle finestre vedo la luna riflessa sul lago, sfioro gli oggetti, le montagne di camicie, fazzoletti, scarpe. Sento la vicinanza fisica di D’Annunzio. Cammino nella sua vita".

L’ha mai incontrato?

"Non ancora. Immagino il suo fantasma con la vestaglia trafilata d’oro. Si gode se stesso".

Presenza ingombrante?

"Nulla è a caso. Scriveva: tutto qui è un’impronta del mio stile, e del senso che voglio dare al mio stile".

C’è da perdersi in tanta magnificenza?

"La stanza che preferisco è la Zambracca, dove si raccoglieva prima del sonno: precede la camera da letto. E’ morto lì a 75 anni".

Il letto era molto frequentato.

"Amava le donne. Realizzavano le sue fantasie. Aveva un harem con ospiti fisse o di passaggio: solo loro potevano dormire nella Priorìa".

Dove le sistemava?

"Nello spazio della Clausura, accanto all’Officina dove scriveva. A metà di un lungo corridoio c’è la stanza per le amanti illustri: la star del cinema muto Elena Sangro o la pittrice Tamara de Lempicka. Un locale piccolo, senza alcuno sfarzo, privo di affaccio sul lago o sul parco. Il messaggio era: voi siete qui per me, quando vi chiamerò mi darete il piacere. Era un satrapo gentile, generoso, le colmava di premure e doni".

E le donne fisse?

"La pianista Luisa Baccara era la compagna. Aveva un appartamento all’altezza del ruolo ma passava il tempo cucendo tristemente e singhiozzando. Abbiamo trovato le collezioni della rivista Mani di fata. Era stata esclusa dal talamo e doveva sopportare il viavai delle amanti".

Chi era la governante?

"Amélie, una giovane francese che lo seguiva dal 1911. Per niente bella ma con doti che D’Annunzio apprezzava moltissimo: la chiamava Aélis, elica, per la sua bocca sapiente. Riempiva di sesso, a chiamata, le notti solitarie del sultano. La Baccara la sentiva scendere e piangeva".

Una tortura?

"Le due donne avevano stanze attigue: l’immensa mortificazione era doversi dividere l’unico bagno".

Perché non l’hanno abbandonato?

"Accettavano di prodigarsi per soddisfarlo. Erano furiose con la Lempicka quando non si concedeva. Avevano spie al Grand Hotel di Gardone che segnalavano le donne degne di nota da portare al Vittoriale".

‘La mia vita carnale’ è il titolo della biografia scritta da lei.

"Non solo sesso. Cercava la bellezza, l’arte, la natura".

E i peccati di gola?

"In cucina c’era Albina, Suor Intingola, al suo servizio dal periodo veneziano nella Casetta Rossa. Era larga e grassa. D’Annunzio voleva da lei solo la soddisfazione del cibo: can-nel-lo-ni era la richiesta ossessiva".

E la moglie? E la Duse?

"Per Maria di Gallese, benché separata, aveva riadattato Villa Mirabella. Nell’Officina c’è il volto scolpito della Duse: quando D’Annunzio scriveva, lo velava con un foulard. In compenso lo osservavano i quattro occhi della marchesa Casati nella foto di Man Ray".

Perché ha donato il Vittoriale agli italiani?

"Temeva che tutto andasse disperso con l’asse ereditario. L’uomo che coltivava il proprio mito voleva continuare a essere ammirato, rimanere tra noi".

Com’è stata la sua morte?

"Lo deprimeva la decadenza del corpo. Diceva: darei l’Alcyone per un giorno dei miei 25 anni. Icona venerata ma non più Comandante, sentiva che la vita inimitabile era alla fine. Una fine desiderata".

Come in quei versi di John Giorno che lei ama? (sorride)

"Proprio così. Nessun cazzo è duro come la vita".