Abbiamo (ancora) voglia di favole

Roberto

Pazzi

Il planetario spettacolo dell’incoronazione di Re Carlo III conferma che di favole abbiamo fame anche da adulti. Anzi forse ancora più da grandi, perché in età adulta diventa un miracolo crederci. E il regime della favola non è mai repubblicano, è monarchico perché una favola comincerà sempre "c’era una volta un Re". Chi crede di poter seppellire la monarchia per il suo anacronismo non si rende conto che proprio sul non essere al passo coi tempi riposa la sua inossidabilità. Tornando a dimostrare la verità dell’aforisma del grammatico alessandrino Salustio, sui miti e le favole: "Queste cose non avvennero mai, ma sono sempre".

E così sullo sfondo della musica delle fanfare militari e degli squilli di tromba, potremo goderci in diretta il “sempre” della favola, alla vista del cocchio, del corteo dei cavalli, dello scettro dal diamante più prezioso, del globo, del trono con la pietra di Scone dove siederà il quarantesimo sovrano del Regno Unito, mentre l’arcivescovo di Canterbury poserà sulle canute chiome la corona di Sant’Edoardo il confessore, scintillante di gemme che rifulgono da mille anni sul capo dei successori. Se i veri paradisi sono quelli perduti, riassaporeremo nell’incanto della Storia anche le leggende di Re Artù, della sua celtica spada Excalibur, evocheremo i fantasmi di Macbeth, di Re Lear, dei due figli fanciulli di Re Edoardo IV, prigionieri dello zio nella Torre di Londra.

Parte del patrimonio di storie e miti della vecchia Europa risalirà fino a noi moderni, con le immagini della regalità, preservato dal genio di Shakespeare nelle sue opere e, grazie a Re Carlo, spettacolo universale. E quale repubblica mai potrà avere il potere di mettere in scena tali tesori del nostro immaginario? In un magico cerchio le pietre che adornavano cinque secoli fa il capo della rossa Elisabetta I scintilleranno sul capo del canuto figlio di Elisabetta II.