di Roberto Canali Per salvarsi la vita ha bisogno di ritrovare la madre che l’ha abbondonata 47 anni fa, quando era ancora in fasce, affidandola all’orfanatrofio delle suore di Rebbio, in provincia di Como, senza lasciare nessuna traccia dietro di se. È un tenue filo di speranza quello che sta inseguendo Daniela Molinari, 47 anni infermiera in un ospedale psichiatrico a Milano che da tre anni sta combattendo contro una rara forma di tumore che potrebbe essere curato solo con...

di Roberto Canali

Per salvarsi la vita ha bisogno di ritrovare la madre che l’ha abbondonata 47 anni fa, quando era ancora in fasce, affidandola all’orfanatrofio delle suore di Rebbio, in provincia di Como, senza lasciare nessuna traccia dietro di se. È un tenue filo di speranza quello che sta inseguendo Daniela Molinari, 47 anni infermiera in un ospedale psichiatrico a Milano che da tre anni sta combattendo contro una rara forma di tumore che potrebbe essere curato solo con una terapia sperimentale che però presuppone la mappatura genetica di almeno uno dei suoi genitori.

"Sono stata abbandonata alla nascita in un orfanatrofio di Como che oggi non esiste più – spiega la donna –. L’unica cosa che so è che sono nata il 23 marzo del 1973 e le suore mi hanno registrata con il nome di Daniela Simoni, ma non so se a sceglierlo è stata la mia madre naturale o sono state loro visto che lo stesso giorno, nel registro dell’istituto, è segnato il nome di un bambino iscritto come Simone Daniele, in pratica il mio nome al contrario". Daniela all’età di due anni fu adottata dalla famiglia Molinari di Milano e da allora la sua vita è cambiata per sempre, ma per un tragico scherzo del destino quarant’anni dopo la malattia l’ha costretta a rifare i conti con il suo passato. "I miei genitori adottivi mi hanno cresciuto con tanto amore, grazie a loro ho studiato e sono riuscita a fare il lavoro che ho sempre sognato, l’infermiera, mi sono sposata e ho due figli di 23 e 9 anni. Andava tutto bene fino a tre anni fa, quando mi sono ammalata di un tumore al seno che oggi è diventato una malattia linfonodale maligna. I medici che mi stanno curando vorrebbero sottopormi a una immunoterapia sperimentale nata in Svizzera che si basa sulla mappatura genetica, ma serve almeno uno dei miei due genitori. Per questo mi sono messa a cercare mia madre, l’unica che forse può salvarmi la vita. So che 47 anni fa non mi ha voluta e oltre a non far trascrivere il proprio nome nei documenti ha chiesto anche di cancellare i suoi dati sanitari. Rispetto la sua scelta e non le chiedo di sapere chi è, né di conoscerla se lei non lo desidera. L’unica cosa che le chiedo è di accettare di sottoporsi a un prelievo di sangue, l’unico modo per completare la mappatura genetica che potrebbe garantirmi una cura. Anche se non mi ha voluto o potuto tenermi con sè mi ha dato la vita, con questo gesto potrebbe restituirmela per la seconda volta".