Ettore Maria Colombo A vederli in foto sembrano contenti. Beppe Grillo veste una camicia a fiori aperta sul collo. Giuseppe Conte, per una volta, non è in giacca e cravatta, ma in t-shirt blu scuro, molto stilé. Hanno appena finito di pranzare e il loro incontro a Marina di Bibbona è già stato ribattezzato “il...

Ettore Maria

Colombo

A vederli in foto sembrano contenti. Beppe Grillo veste una camicia a fiori aperta sul collo. Giuseppe Conte, per una volta, non è in giacca e cravatta, ma in t-shirt blu scuro, molto stilé. Hanno appena finito di pranzare e il loro incontro a Marina di Bibbona è già stato ribattezzato “il patto della spigola“ perché il menù del ristorante Il Bolognese da Sauro era tutto a base di pesce.

Il punto è che la presunta pace tra due che se le sono dette di ogni colore (più Grillo a Conte, in verità) e suonate di santa ragione (idem) è fragile, precaria, e difficilmente durerà. La diarchia, lo insegnano gli antichi romani, non porta mai bene. Prima o poi, sulla giustizia o sulle liste elettorali, sulla permanenza nel governo Draghi o sul futuro del Movimento, torneranno a confliggere. I toni si alzeranno, Grillo se ne uscirà con una delle sue battute sprezzanti, Conte risponderà puntuto e il Movimento, prima poi, si dividerà in due. Chi sta con Grillo e chi con Conte. Seguirà scissione. Non che i precedenti patti “culinari“ abbiano portato bene ai loro commensali. Il “patto delle vongole“, siglato a Gallipoli, nell’estate del 1994, tra Rocco Buttiglione e Massimo D’Alema serviva per scrivere una nuova legge elettorale (a doppio turno) che mai vide la luce. Il più famoso “patto della crostata“ che vide protagonisti sempre D’Alema, Franco Marini e Silvio Berlusconi, ospiti, a giugno del 1997, a casa di Gianni Letta, era per siglare l’intesa sulle riforme istituzionali. Anche quel patto franò presto e miseramente. Il patto della spigola non avrà migliore fortuna.