Matteo Massi Una volta era come fare il cronista da marciapiede. Niente di (pre)ordinato. C’era da mettersi a bordo campo e aspettare il momento giusto per "acchiappare" il campione che stava per entrare in campo o per uscire. Questione di tempismo, di simpatia e anche di un grado, assai elevato, di empatia. Il termine bordocampista, per quanto fosse stato inventato da Guglielmo Moretti per le radiocronache...

Matteo

Massi

Una volta era come fare il cronista da marciapiede. Niente di (pre)ordinato. C’era da mettersi a bordo campo e aspettare il momento giusto per "acchiappare" il campione che stava per entrare in campo o per uscire. Questione di tempismo, di simpatia e anche di un grado, assai elevato, di empatia. Il termine bordocampista, per quanto fosse stato inventato da Guglielmo Moretti per le radiocronache negli anni Sessanta, non era così abusato come ora. E soprattutto il ruolo non era così scontato.

Il bordocampista – concedetecelo, almeno una volta – non passava il suo tempo a origliare i discorsi dalla panchina, a studiare le smorfie di panchinari e allenatori o ad aspettare il calciatore da intervistare portato dall’addetto stampa del club, ma andava incontro ai protagonisti delle nostre domeniche. Giampiero Galeazzi era il migliore.

Si racconta che ai mondiali del 1986 fosse severamente vietato mettere piede in campo e lui riuscì nell’impresa di prendere sottobraccio Diego Armando Maradona e intervistarlo. Sottobraccio, colloquiale, naturale, spontaneo, un giorno lo stesso Galeazzi disse: "Io, i calciatori li confessavo a bordo campo". Ed era vero. Basta perdere una decina di minuti e spulciare i video dell’epoca (anche su YouTube) per rendersi conto che nessuno dei suoi intervistati diceva cose scontate (o incomprensibili) del tipo "c’è mancato solo il gol, abbiamo fatto bene la fase di transizione (?)" e via andare. Frasi che da tempo, purtroppo, riempiono non più soltanto le nostre domeniche, ma anche i mercoledì e i sabato. È vero, a costo di sembrare patetici, che era un altro calcio, in cui il calciatore smetteva i panni del calciatore e si mostrava per quello che era. Così ci scappava qualche sorriso, qualche mattata, come quella volta: ancora Maradona, con Galeazzi (stavolta) come spalla, che intervistava i suoi compagni di squadra in uno spogliatoio bagnato, entropico di gioia (come non abbiamo mai più visto), il primo scudetto del Napoli. Con la morte di Galeazzi il carico di nostalgia si fa decisamente più pesante.