GATTATICO (Reggio Emilia) "lo non credo agli eroi, io credo che esistono i combattenti come mio padre". Adelmo Cervi ha 78 anni. Occhi guizzanti, la barba bianca e un dolore nel petto. Sua madre era Verina Castegnetti, suo padre si chiamava Aldo Cervi, uno dei 7 fratelli fucilati dai nazifascisti il 28 dicembre 1943 a Reggio Emilia. Per lui il 25 Aprile non sarà mai un giorno come un altro. Però, oltre la narrazione, oltre la politica, c’è una spina nel petto. Un conto la storia, un conto le persone. "Io non ho perso un mito, ho perso...

GATTATICO (Reggio Emilia)

"lo non credo agli eroi, io credo che esistono i combattenti come mio padre". Adelmo Cervi ha 78 anni. Occhi guizzanti, la barba bianca e un dolore nel petto. Sua madre era Verina Castegnetti, suo padre si chiamava Aldo Cervi, uno dei 7 fratelli fucilati dai nazifascisti il 28 dicembre 1943 a Reggio Emilia. Per lui il 25 Aprile non sarà mai un giorno come un altro. Però, oltre la narrazione, oltre la politica, c’è una spina nel petto. Un conto la storia, un conto le persone. "Io non ho perso un mito, ho perso mio padre", dice.

Aveva 4 mesi quando il papà venne ucciso. Come se lo è immaginato?

"Ho sempre pensato che sarebbe stato un padre che mi avrebbe aiutato molto nei momenti difficili. La mancanza di un padre si sente. Mi è rimasto solo un nome e una medaglia. Io non ho perso un mito, ho perso mio padre".

Perché dice che era un combattente e non un eroe?

"Lui e i suoi fratelli hanno fatto una scelta solo perché bisognava liberarsi dalla dittatura nazifascista. La famiglia ha seguito le idee di mio padre"

Che cosa le hanno raccontato di Aldo?

"Mi hanno parlato molto di lui un suo cugino, Walter, che aveva 14-15 anni quando c’era ancora in via papà. Ma in casa non non c’era tempo per i racconti. Mia mamma in quesi mesi vedeva raramente mio padre. Lui andava a piedi fino in montagna già prima che cominciasse la guerra partigiana. E poi dopo la morte dei sette fratelli le donne e i bambini non avevano tempo di racocntare, dovevano lavorare e tirare avanti".

Anche lei fece la sua parte?

"Come il resto della famiglia a 11 anni sono andato a lavorare. Non ero ancora il figlio dell’eroe. Dopo la guerra per qualcuno mio padre era stato solo un anarchico. Per tanto tempo la storia dei Cervi non è stata raccontata. Il riconoscimento è arrivato più tardi, quando mio nonno divenne il simbolo dell’antifascismo italiano".

Che cosa rappresenta il 25 aprile?

"La liberazione dal nazifascismo, una delle peggiori dittature della storia. Campi di concentramento, milioni di morti, Stazzema, Marzabotto, le stragi, il diktat un tedesco ucciso dieci italiani passati per le armi, le rappresaglie disumane. Come hanno fatto con mio padre e i miei zii. E’ una giornata che ci ha ridato la libertà e la democrazia, anche se ne manca ancora".

In questi momenti il ricordo è vivo. Le manca ancora la figura del padre?

"Il desiderio di conoscere mio padre mi resterà fino all’ultimo minuto della vita. Vorrei abbracciarlo e dirgli che il suo sacrificio non è stato invano. Si pensa a mio padre sempre come a una figura mitica. Io lo considero un grande, ma io avrei voluto averlo vicino quando ne avevo bisogno. Mio nonno ci ha dato il coraggio, mia nonna l’umanità, ma i figli hanno bisogno di un padre".