Milano, 13 marzo 2011 - Quando si arriva a Ushuaia, un cartello annuncia che lì finisce il mondo. Sotto ci sono solo i ghiacci della Terra del Fuoco, ultimo lembo dell’Argentina. Meno di 70.000 abitanti vivono nella città più australe del mondo, dove d’estate si raggiungono a malapena i 15 gradi e solo la bellezza del paesaggio ripaga da tanta lontananza. Ushuaia però se è una città e non più un luogo ostile che ospitava solo un penitenziario per criminali voluto dagli inglesi, lo deve a un bolognese, l’imprenditore edile Carlo Borsari, che nel 1948 ha dato una casa a 650 immigrati italiani. L’hanno chiamata una spedizione titanica, la prima, perfettamente riuscita, con l’intento di costruire una città e portarci a vivere 1000 abitanti, tutti italiani. Fu l’allora presidente dell’Argentina Juan Peròn, timoroso di invasioni nell’Antartide, a decidere di popolare la Patagonia e concedere l’appalto per i lavori all’imprenditore bolognese, ambizioso uomo d’affari in un dopoguerra italiano che prometteva onori e soldi a chi aveva la capacità di trovare manodopera disposta anche a sacrifici pur di lavorare.

 

Era il secondo decennio dell’emigrazione italiana verso il Sud America, quasi sempre verso la capitale Buenos Aires. Invece Borsari riuscì a portare uomini, donne e bambini fin laggiù, vicino ai ghiacci dell’Antartide. Prima toccò agli uomini. La nave “Genova” sbarcò ad Ushuaia il 28 ottobre 1948 con operai e materiali per costruire la nuova città. Si lavorò due anni, col freddo e la neve, senza luce e in condizioni dure per costruire opere murarie e idrauliche, case e chiesa. La lena venne un po’ dall’orgoglio nazionale e un po’ dal sapere che nel contratto era previsto il ricongiungimento con le famiglie lasciate in patria. E quando tutto fu pronto, da Genova salpò un’altra nave, il 6 settembre 1949. Sulla “Giovanna Costa” c’erano le famiglie dei 650 immigrati del primo scaglione. Molti scelsero di tornare in Italia alla consegna della città, alcuni restarono o si spostarono a Buenos Aires. Sessant’anni dopo, il 40 per cento degli abitanti di Ushuaia ha un cognome italiano. Come Maria Pontoni, che sbarcò l’8 settembre del 1949: «Avevo 8 anni - racconta - mio padre scappava dalla guerra, c’era molta miseria e si diceva “andiamo a fare l’America”. Quando siamo arrivati c’erano 1800-2000 abitanti e un gran freddo. La gente del posto ci ricevette bene, ma a scuola i bambini mi dicevano “tana (italiana, ndr.) morta di fame che sei venuta a toglierci il pane di bocca”». Maria è presidente della Società italiana fondata nel 1994, la sua famiglia è una della dozzina rimasta a vivere in quella terra inospitale: «Gli antropologi sostengono che Ushuaia non è adatta per viverci, per il clima e le relazioni umane, che non ci sono. Qui si viene solo per lavorare».

 

Invece Claudio Cavallotti, 32 anni, emiliano di Carpi, l’ha scelta per viverci nel 2004. Appena laureato in lingua e cultura italiana all’Università per stranieri di Siena è saltato fuori un concorso per insegnare all’estero, o a Tunisi o a Usuhaia. «Abbiamo partecipato in quattro e l’ho vinto. Ho scelto Usuhaia. Credevo fosse nei Caraibi». La storia ha riavvolto il nastro portando un altro emiliano alla fine del mondo: «Lo stesso anno ho conosciuto Victoria e ho deciso di fermarmi. Poi è nata Lucia e qualche giorno fa Julia». Claudio insegna italiano ai ragazzi, ma non ai nostri discendenti: «I pochi rimasti stanno economicamente bene e hanno perso la loro identità». Per i giovani argentini Claudio è un mito. Sarà anche perchè è un campione dei «Los Cuervos de la fin del mundo». Cuervos, cioè i corvi. «Apoalittico, no? - ride - prima era una squadra locale, nata da un gruppo di tifosi del San Lorenzo di Almagro, il quartiere di Buenos Aires dove il salesiano Lorenzo Massa aveva tolto i bambini dalla strada nel 1908. In 4 anni ha vinto il campionato locale due volte e tre volte ha partecipato a quello nazionale. Due anni fa, visti i risultati, siamo diventati una filiale del San Lorenzo». Che maglia indossano i corvi di Ushuaia? Rosso-blu a strice verticali. Come il Bologna.