{{IMG_SX}}DEL LUNGO colloquio che ho avuto sabato nelle carceri della Dozza di Bologna con Anna Maria Franzoni ho volutamente tralasciato un aspetto che merita forse una riflessione a freddo: la certezza della pena. In queste ore, infatti, a pochi giorni dalla sentenza della Cassazione che ha condannato in via definitiva la madre di Cogne a 16 anni di reclusione, è già divampato il dibattito su quanti anni, di questi sedici, la Franzoni sconterà effettivamente: c’è l’indulto, c’è lo sconto per buona condotta, c’è, infine, la scappatoia degli arresti domiciliari.

 

INSOMMA la Giustizia, che io continuo a scrivere con la G maiuscola nonostante tutto, rischia di contraddirsi ancora una volta: da una parte condanna con mano ferma, nonostante i tanti dubbi sollevati sul modo con cui sono state condotte le indagini sull’omicidio del piccolo Samuele, dall’altra la stessa Giustizia cerca subito di mitigare la pena che ha appena comminato. Eppure c’è una frase detta da Anna Maria alla Dozza che ho voluto riservarmi per oggi e che dovrebbe farci meditare. Mi ha detto la Franzoni: «Penso che l’assassino di Samuele meriti il massimo della pena. Ho visto lo scempio che è stato fatto del corpo del bambino: nessuna attenuante per un omicidio così brutale».

ECCO, la stessa Anna Maria chiede quindi una pena esemplare per l’assassino: «Condannandomi, i giudici hanno invece commesso una doppia ingiustizia: hanno colpito me, che già avevo avuto il dolore atroce (che non auguro a nessuno) di perdere un figlio in quel modo, ma hanno anche fatto un torto alla memoria del piccolo Samuele: il suo assassino è libero e indisturbato mentre io sono qua dentro». Frasi pesanti che fanno comunque riflettere. Al di là del solito gioco al massacro tra colpevolisti e innocentisti (e, ormai, il delitto di Cogne è diventato un caso unico a livello mondiale) credo che questa vicenda dovrebbe insegnarci una grande verità.

 

NON CI SONO scorciatoie per gli assassini. In altre parole, se i giudici, dopo tre gradi di giudizio, hanno avuto la certezza matematica della colpevolezza di Anna Maria, debbono ora impedire qualsiasi sconto di pena: in Italia ci sono già troppi indulti o grazie che finiscono per rendere evanescente qualsiasi condanna. E, a quel punto, se la certezza della colpevolezza è matematica, non si dovrebbe neppure invocare la lontananza dai figli per cercare di mitigare la pena: i figli non possono diventare un alibi quando una madre si è macchiata del delitto più atroce, l’uccisione di un altro figlio.

 

SE, INVECE, anche nella mente di qualche giudice è restato un dubbio sull’effettiva colpevolezza della madre di Cogne, avrebbe allora ragione la Franzoni a sostenere oggi che, in qualche modo, è stata commessa un’ingiustizia. E sarebbe un errore ancora più grave, una volta emessa la sentenza definitiva, cercare poi qualche scappatoia all’italiana.