Leo Turrini Correva l’anno 1987. Per difendersi dall’assalto delle tv berlusconiane, la Rai decise di affidare il varietà del sabato sera, allora una istituzione, ad Adriano Celentano. Il Molleggiato, completamente fuori controllo, ne fece di tutti i colori. Se la prese con i vertici della tv...

Leo

Turrini

Correva l’anno 1987. Per difendersi dall’assalto delle tv berlusconiane, la Rai decise di affidare il varietà del sabato sera, allora una istituzione, ad Adriano Celentano. Il Molleggiato, completamente fuori controllo, ne fece di tutti i colori. Se la prese con i vertici della tv di stato, invitò la gente a cambiare canale, insomma disintegrò il Bon ton della tradizione. Ma vinse la battaglia degli ascolti. E salvò la Rai. Antonio Conte non è Celentano, anche se ha i tratti di un ragazzo della Via Gluck. Però, esattamente come l’interprete di Azzurro, non ha mai nascosto i tratti ruvidi (eufemismo) della sua personalità. Scontroso. Irascibile. Sempre pronto a criticare, se lo ritiene indispensabile, persino chi gli passa lo stipendio (lautissimo).

Riassumendo. È sbagliato sorprendersi, oggi che l’allenatore dell’Inter se la prende, in pubblico, con il datore di lavoro. L’aveva fatto al Bari, alla Juve, in Nazionale, nel Chelsea. Come Celentano, a suo modo anche Conte è unico. Può piacere o non piacere (a me piace, ma non conta): di sicuro, non ci si può meravigliare se il personaggio rimane fedele a se stesso. Adriano (pure lui interista) non ha mai rinunciato ai suoi pregi e ai suoi difetti. Spetta alla proprietà cinese dell’Inter decidere, al di là delle alchimie contrattuali. Se oltre la Grande Muraglia pensano che Conte sia un rischio accettabile, considerata l’indiscutibile bravura, fanno bene a tenerselo. Facendo scorta di Maalox, a scanso di equivoci.