Un alieno è sbarcato a Kiev. Come tre anni fa a Washington. O come un anno fa a Roma, dove a dire la verità ne sbarcarono due. O come potrebbe accadere in Spagna, Francia e altrove se le Europee del 26 maggio provocheranno l’atteso terremoto politico e fossero seguite da elezioni nazionali. L’alieno ucraino si chiama Vladimir Zelensky. È un comico della tv ucraina. Qualcuno lo paragona a Grillo per la sua propaganda anticorruzione. Qualcun altro a Salvini per i suoi slogan sovranisti. Lui fa sapere di voler essere Reagan.

In realtà questo giovane e brillante ebreo è un altro Trump. Ucraina first. Da Trump – guarda caso – è venuta la prima telefonata di congratulazioni. Eppure né il presidente americano né nessun altro ha capito che cosa voglia fare per risollevare un Paese disastrato: salari medi 300 euro mensili, pensioni 50 euro. E nemmeno come intenda porre fine alla guerra di Putin nel Donbass e quale soluzione diplomatica inventare per la Crimea tornata russa.

Quel che salta agli occhi è la svolta storica. Il vento dell’antipolitica, la rivolta antiestablishment, il populsovranismo sono arrivati anche nell’Europa dell’Est. E se oggi in Ucraina hanno travolto la vecchia classe politica, domani – perché no? – la stessa cosa potrebbe accadere in Russia. La prima dichiarazione del giovane attore è stata: ai Paesi dell’Unione postsovietica dico guardateci, tutto è possibile. Anche in Russia? Trump saluta l’allusione. Putin no, ovviamente. Per ora ha un vasto consenso. Ma a coprire la corruzione endemica non bastano la stabilità politica e il riacquistato prestigio internazionale. La sua semidemocrazia ha vent’anni. E i russi delle giovani generazioni vedono quanto accade nell’Europa occidentale. Vedono i loro coetanei seppellire coloro che il potere l’hanno già esercitato e che li hanno impoveriti e frustrati. Li vedono dare il consenso a personaggi improbabili, impreparati, velleitari, ma nuovi. Non nelle ricette, spesso anzi piuttosto confuse. Nuovi nel rifiuto del passato sovranazionale, nel cosiddetto sovranismo. E il sovranismo si nutre di quel nazionalismo – mai dimenticarlo – resuscitato dalla miope politica di Angela Merkel
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