Il carcere ai grandi evasori è uno slogan ruffiano da esibire nella campagna elettorale permanente, quella per cui alla sera i politici di oggi contano i like dell’ultimo sberleffo su Fb e si sentono De Gasperi. In teoria non è neppure una cattiva idea, perché non si capisce come mai se rubi una cassetta di mele vai in galera e se rubi milioni al fisco no. Il punto è semmai capire chi sono i grandi evasori, e se ci siano grandi evasori più grandi di altri. Su questo chi ha voluto il carcere appunto per i grandi evasori, il M5s, è in una contraddizione evidente. Tanto evidente perché in realtà, molti sospettano, per gli uomini di Grillo e Casaleggio si tratta di un conflitto di interessi.

Nella battaglia combattuta qualche mese fa sul fronte europeo per il copyright il Movimento Cinquestelle si è schierato in maniera compatta a favore della posizione sostenuta dai giganti del web. Ossia coloro che sono unanimente considerati come i grandi «evasori» dell’epoca contemporanea. Un’evasione il più delle volte condotta sul filo della legalità ma che di fatto sottrae al fisco ingentissime risorse. Grazie al ricorso ai paradisi fiscali e a paesi con fiscalità privilegiata (alcuni dei quali anche all’interno della Ue, purtroppo) l’elusione dei vari Google, Facebook, Amazon, ha raggiunto a livello mondiale decine di miliardi di euro. Molti di quei soldi sono guadagnati anche in Italia, molte delle tasse che avrebbero dovuto pagare sono sottratte anche all’Italia. Eppure i grillini li hanno difesi per evitare che si mettessero regole alla loro attività predatoria di contenuti, e li difendono, e negli stessi programmi 5S la web tax è presente più per onor di firma che per convinzione. Accontendandosi adesso di gettare in pasto all’opinione pubblica lo scalpo di qualche imprenditore. Che fa molto titolo, molti like, e molta ingiustizia.