A volte ci vuole uno scossone. E a volte quello scossone non basta. Ma non c’è bisogno di urlare, come ci insegna Ferdinando Fefè De Giorgi, sessant’anni tra meno di un mese e da poco commissario tecnico della nazionale maschile di volley. Basta mettere tutti di fronte alla realtà. Come ha fatto lui l’altra notte, a Katowice, dove la sua nazionale nuova e ringiovanita dopo l’uscita di scena dalle Olimpiadi, stava perdendo nella finale degli Europei contro la Slovenia. Le parole pronunciate in quel time out fanno già parte dell’epica sportiva. E non è finzione. Non è l’Al Pacino di Ogni maledetta domenica che le pronuncia.

Ma un allenatore che nella sua carriera sportiva è andato incontro a vittorie e sconfitte reali, a gloria e polvere. A febbraio era stato cacciato dalla Lube Civitanova dopo che due anni prima aveva vinto tutto quello che c’era da vincere: scudetto, Champions e Mondiale per club. Sa benissimo che nello sport, come nella vita, non esistono riconoscenza e posizioni di rendita. Ogni volta si ricomincia da capo. L’altra sera ha guardato in faccia i suoi ragazzi, quelli che aveva scelto per quest’avventura, con una certa discontinuità rispetto al recente passato e al precedente commissario tecnico. L’uscita dell’Italvolley dalle Olimpiadi aveva significato anche l’addio di pallavolisti esperti, di gente cui non dovrebbero quasi mai tremare le gambe.

C’era da ripartire da un fallimento. Gestire la delusione, ricreare entusiasmo in poche settimane e dare fiducia. Tanta fiducia anche a chi per la prima volta metteva piede su un palcoscenico così importante. E l’altra notte, a Katowice, senza urlare ha detto loro in quell’ormai famoso time out: "Stiamo giocando la finale dell’Europeo e vi vedo con queste facce che non si possono guardare. Siete impauriti perché è difficile, eh, ’sta partita. Ma che vi aspettavate?".

Che vi aspettavate, già? Quella domanda, semplice ma non ovvia, mette tutti di fronte alla realtà. C’è da varcare una linea, spingere lontano le paure e osare. L’Italia di Fefè è passata così da un fallimento a una vittoria e a una vittoria di un certo livello: il campionato Europeo. Il filo che lega entrambe è più sottile di quello che si possa pensare. Si chiude oggi, 21 settembre, una stagione tutta sudata, indimenticabile e anche un po’ ribelle (in cui spesso i pronostici sono stati ribaltati): un’estate in cui lo sport – tra Europei, Olimpiadi e Paralimpiadi – ci ha reso orgogliosi di atlete e atleti, e ancora prima di donne e uomini, che nel loro piccolo quotidiano non smettono di guardare alla realtà (con tutte le sue difficoltà), di farci i conti, per provare a cambiarla in meglio. Ecco perché la lezione di Fefè è semplice. Ma tutt’altro che banale.