Rachel ha gli occhi azzurri, glaciali. C’era una lacrima a solcarli quattro anni fa, all’uscita dall’ospedale. E più di una lacrima probabilmente sarà comparsa sul suo viso, ieri, quando suo marito Vincent Lambert se ne è andato per sempre. Lambert non è una figurina, non è nemmeno una foto ad alta risoluzione, col suo viso sofferente, da mostrare al mondo intero, appiccicata a cartelli pro o contro eutanasia. Che poi, di eutanasia in questo caso francese – che tiene alto il dibattito e la tensione – non si parla. Diamo alle parole il giusto valore: fine vita.

Negli schieramenti contrapposti che si autoalimentano da slogan mutuati dagli stadi, non c’è nulla di civile. E soprattutto non si centra mai il punto della questione. Perché la questione diventa politica e in questa dimensione è strumentalizzata da chi porta avanti campagne, perdendo di vista che al centro di tutto c’è sempre un essere umano. Con una sua storia,
le sue convinzioni, le sue sofferenze. Se non sappiamo (spesso) che cosa vorremmo fare delle nostre vite, figuriamoci se possiamo avere la certezza di che cosa desiderebbe che si facesse della propria vita, un nostro caro che si trova in stato vegetativo.

Non può esserci risposta univoca e infatti nel caso Lambert, la moglie di Vincent e i suoi genitori si sono ritrovati su fronti opposti: la moglie era per interrompere le cure, i genitori no. E questa divisione ha rinfocolato gli ultrà dell’uno e dell’altro partito. Vedere un proprio familiare su un letto d’ospedale, senza che reagisca agli impulsi o con la consapevolezza che stia soffrendo pene indicibili che non è andato a cercarsi, è una prova che rischia di far vacillare qualsiasi solido credo sulla vita e sulla sua fine.

Amare una persona significa forse osservarla, dal basso della nostra impotenza, immobile senza che niente possa portarle sollievo? Amarla significa desiderare sempre il meglio per lei. Anche nel momento più difficile. Dopodiché è profondamente umano sperare di vederla ancora davanti a noi, seppure incosciente, per esorcizzare (o solo rinviare) il dolore sordo che produce la morte di un proprio caro. Purtroppo è, proprio per questo clima da curve (da stadio) contrapposte, che l’Italia – a quasi un anno dall’appello della Consulta – non ha ancora una legge civile sul fine vita.