C’è un tempo per le promesse e la propaganda e un tempo per governare. Siamo adulti e italiani, lo sappiamo. Ha sempre funzionato così, sennonché l’equazione non torna più quando cambiano due variabili: la prima è la fine del tempo elettorale, la seconda è l’inizio della scuola. Se le aggiungiamo alla nostra equazione il risultato è da votaccio. Nel caso della telenovela vaccini le due variabili si intrecciano e peggiorano tutto. Per corteggiare le falangi no vax (che poi siano falangi è anche tutto da dimostrare) i 5 Stelle hanno strizzato l’occhio e inventato le peggio piroette sull’obbligo dei vaccini. L’autocertificazione. La moratoria di un anno. L’obbligo flessibile. Il risultato è stato il caos, fino alla retromarcia di ieri. Si torna alla legge Lorenzin, chi non è vaccinato non entra a scuola. Sarà l’ultima decisione?
 
Figuriamoci la faccia dei presidi di Bolzano, dove la prima campanella ha suonato ieri. Contrordine dirigenti. Almeno i colleghi delle altre regioni hanno un briciolo di tempo in più, anche se resta il totale sbigottimento di chi deve garantire la legge, la salute e il bene degli studenti. E resterà il disorientamento delle famiglie di fronte alla superficialità dimostrata, alla confusione creata con perizia da una classe politica che valuta prioritaria la propaganda rispetto alla tutela di chi frequenta la scuola. Perché poi sarebbe bastato rispondere a una domanda: che cosa è meglio per la salute dei bambini? Al governo si chiede solo una banale regola: siate seri, valutate le competenze, non i follower sui social.

La regoletta vale anche per il resto della scuola. Il ministro Bussetti ha in mano uno dei nodi cruciali della vita italiana. La scuola è decisiva per la ripresa del Paese, molto più del reddito di cittadinanza. Solo la scuola può aiutare i nostri figli a competere in un mondo globalizzato e crescere socialmente (non c’è altro ascensore sociale che l’istruzione). Iniziare l’anno con 80mila supplenti, ricominciare la tortura del precariato a scuola non fa male solo ai docenti, ma a tutti gli studenti. Rinnovare la ferita dei professori a tempo, saltuari e incerti del futuro, è umiliante per gli insegnanti ed è profondamente ingiusto per i nostri figli perché li fa partire svantaggiati nella competizione globale.