Roma, 18 ottobre 2019 - L’uno-due della politica stera italiana arriva nelle ultime 24 ore per mano del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del premier Giuseppe Conte tra Washington, Roma, Ankara.

Il Capo dello Stato, alla Casa Bianca, non esita a tirare fuori i dossier scomodi su Siria e dazi con un Donald Trump che conferma tutta la sua naturale e irrefrenabile vocazione alle gaffes e agli sfondoni. Il numero uno del governo giallo-rosso, a sua volta, fa sapere di aver fatto la voce grossa in un burrascoso colloquio telefonico con il sultano turco Recep Tayyip Erdogan. Insomma, verrebbe da dire, che l’Italia c’è. E fa anche la sua figura, non rinunciando a difendere l’interesse nazionale, e, anzi, tentando autorevolmente di non pagare pegno, come sui dazi.

E non accettando di rimanere codardamente in silenzio di fronte al dramma dei curdi e all’offensiva militare criminale dell’autocrate del Bosforo. Dunque, nessuna «concordia ignava», per usare una suggestiva espressione di Luigi Einaudi, di certa vecchia e polverosa Italietta ipocrita e parolaia. Ma anche di certa Europa dei giorni nostri. Tutt’altro. E, però, sia anche consentito notare le differenze, di stile e di sostanza. Al Presidente Mattarella, durante la conferenza stampa con Trump, basta un gesto, "un gesto classico dell’aplomb palermitano di un tempo", come scrive Gianni Riotta, un’alzata cortese e appena accennata della mano, per interrompere il monologo del tycoon e farsi rispettare. Al premier, che inopinatamente s’è paragonato qualche giorno fa al Bettino Craxi di Sigonella, serve il più italo-italiano dei sistemi per informare che le ha cantate a Erdogan: lo spin di fonti di Palazzo Chigi.