IN QUALUNQUE università direbbero che Trump vuole una buona guerra commerciale perché non ha mai studiato l’economia classica. Al Pentagono probabilmente pensano invece che non potendone avere una vera, si accontenti di quella commerciale. In realtà le cose sono più semplici. Trump pensa che ogni chilo di acciaio o di alluminio comprato da un fornitore estero sia lavoro sottratto al popolo americano (dove c’è piena occupazione, peraltro). E il rimedio è semplice: un bel dazio, e non si importa più, si lavora a casa propria. E’ un’idea primitiva. Gli scambi commerciali non li ha inventati Trump, vanno avanti da quando esiste il mondo, più o meno regolati. La logica è semplice. Se tu sai fare stoffe stupende, le compro da te. In cambio ti venderò grano. Alla fine entrambi avremo fatto un affare. Io avrò delle buone stoffe e tu del buon grano. Ma no. Trump vuole mettere dazi su acciaio e alluminio per frenare le importazioni dall’Europa. Non ha ancora realizzato che è l’uomo più potente del mondo, ma non possiede il mondo. Anche gli altri possono reagire e mettere dazi sulle sue merci. E la roba che esporta è tanta. Il difetto dei dazi è questo: sono come le ciliege. Un dazio ne chiama un altro, in una sequenza infinita. Fino a quando si torna a un’economia chiusa in tante piccole isole, arretrata e inefficiente. Gli ottimisti sostengono che tanto fra due giorni Trump avrà cambiato idea. I meno ottimisti, fra i quali mi iscrivo, ritengono invece che il presidente americano andrà avanti. Fino a quando qualcuno non gli rispedirà indietro navi piene di iPad e IPhone.