Il telefono di casa è intestato a mia moglie e così, quando l’imbonitore telefonico chiama, gli rendo pan per focaccia. "C’è la signora? Sono Laura di ‘Ti vendo anche l’anima’." "Lei non sa che cosa mi è successo, Laura". Se la venditrice chiede lumi, firma la sua condanna: "Mia moglie è scappata con un altro. E adesso io sono un uomo disperato". "Mi spiace signore". "Eh no, aspetti. Lei ha risvegliato il mio dolore e ora mi deve ascoltare". E da lì apriti cielo: come un attore navigato sciorino bugie strappacore che impegnano la pazienza dell’operatrice.

Massimo rispetto per i telefonisti dei call center che, per paghe a cottimo da fame, sono tenuti a molestare i cittadini nelle loro abitazioni. Ma qualche giorno fa un camion che scaricava ostruiva tutta la careggiata e costringeva gli automobilisti al senso unico alternato. Mi sono fatto qualche minuto di fila e, di fronte alle mie rimostranze, il camionista ha risposto: "Ma io sto lavorando…". "E perché, noi no?", gli ho detto io. Massimo rispetto anche per il camionista. Ma se il rispetto fosse reciproco invece che univoco? Se una volta giunti a casa ritrovassimo quel guscio di serena tranquillità che nessun venditore telefonico può turbare? Dinanzi all’impertinenza del trillo e al rischio di essere truffati per una mezza frase sussurrata al microfono, rimpiango i Testimoni di Geova o i rappresentati di aspirapolveri porta a porta. Almeno loro ci mettevano la faccia. Non conosco i ritorni economici delle vendite via telefono. Ma, tra contenziosi, contratti annullati e costi vivi, penso sia più economico giocarsi il mercato e sperare nella superiorità del proprio prodotto. Magari provando il commercio on line: le signore sono solitamente incantate dall’acquisto via computer. Tutte, tranne quelle che sono solite abbandonare il marito disperato a piagnucolare nella cornetta di Laura...