In altri tempi, la crisi sarebbe stata già aperta. Dichiarazioni come quella di un uomo abitualmente prudente come il sottosegretario grillino alla Presidenza, Stefano Buffagni («La crisi non è da aprire, è già aperta»), avrebbero preceduto di poco la visita del presidente del Consiglio al Quirinale. In realtà, il consueto genio italiano farà di tutto ancora una volta per evitare una resa dei conti che in questo momento non conviene a nessuno. Non conviene a Di Maio: vista la indisponibilità del Pd ad allearsi con il M5s, la crisi porterebbe alle elezioni anticipate. E il Movimento finirebbe all’opposizione piuttosto ridimensionato. Non conviene a Salvini. Salterebbe la legge sulla legittima difesa, che deve essere confermata dal Senato. Potrebbero esserci vendette sulla richiesta di rinvio a giudizio per la vicenda di nave Diciotti. Un duello rusticano lascerebbe feriti gravi dalle due parti. È un fatto tuttavia che mai nei nove mesi di governo i rapporti tra i due vice premier – corroborati anche da personale amicizia – erano arrivati a questo punto.

Se Di Maio giudicava ancora ieri «irresponsabile» Salvini, c’è poco da aggiungere. Il fatto è che i 5 Stelle non vogliono in nessun modo il Tav, la Lega a ogni costo lo vuole (ultimissimi sondaggi dicono che lo vuole il 70 per cento degli italiani). Ma ieri sera Salvini è intervenuto dicendo: risolveremo tutto. Come? Ci sarebbero due scappatoie tecniche, complicate ma possibili. I governi precedenti hanno chiesto e ottenuto dall’Unione Europea un rinvio di termini giudicati perentori. Conte dovrebbe ottenere che Juncker si rimangi la lettera con cui pochi giorni fa ha ricordato che marzo è il mese decisivo per non perdere finanziamenti. Ma gli altri governi avevano con l’Europa rapporti migliori dell’attuale…

Se questa lettera non arrivasse entro lunedì, la Telt – società italo francese che sta costruendo il Tav – dovrebbe fare i bandi, altrimenti gli amministratori risponderebbero personalmente dei trecento milioni ritirati dall’Europa. Potrebbero inserire la clausola di dissolvenza, cioè tenersi aperta la porta per ritirarli. Questo è possibile soltanto con l’accordo francese, avremmo qualche mese per aprire una trattativa, aumentare il contributo europeo e lo stesso intervento finanziario francese giudicato modesto. Ma se non si raggiungesse l’accordo, il Tav dovrebbe farsi. Questi mesi sarebbero utili anche per promuovere il referendum il cui voto favorevole al Tav (scontato) potrebbe dare una mano al Movimento, che dice di essere sempre dalla parte del popolo. Ma se un sì o un no netto deve arrivare entro lunedì, un accordo è impossibile.

Chicca finale. Ieri sera il Comité Lyon-Turin ha bollato con un "basta con questa farsa" la rivelazione di un doppio atteggiamento del professor Ponti, capo della commissione che ha presentato al governo un rapporto costi benefici contrario alla prosecuzione della Tav. In uno studio commissionato dall’Unione Europea negli anni scorsi, gli stessi esperti di Ponti avrebbero sostenuto il contrario. È possibile che i risultati cambino a seconda del committente? Un chiarimento sarebbe utile…