I debiti, alla fine, si pagano sempre. È così per noi comuni mortali che ci guadagniamo la pagnotta ogni giorno, sarà così per l’Italia che, negli anni, ha visto l’inarrestabile crescita del debito pubblico fino a oltre 2.400 miliardi. Alla fine dovrà pagarlo, cioè lo pagheremo noi contribuenti. Come se ne esce? Escludendo fantasiose ipotesi di addio all’euro, l’unica via è quella della crescita. Prima di redistribuire la ricchezza, infatti, bisognerà pur crearla. Sussidi, mance, bonus, sconticini a pioggia hanno solo l’effetto di un’aspirina per un malato terminale. La dimostrazione arriva dai numeri: l’Ocse ci conferma che quest’anno cresceremo zero e il prossimo avremo un misero 0,4%. Roba da prefisso telefonico. Certo, non siamo gli unici, tutto il mondo frena. Ma più che una consolazione questa è una iattura, perché alla prossima crisi economica o finanziaria noi, così indebitati e fragili, saremo vasi di coccio pronti a frantumarci contro quelli di ferro.

I partiti si sfidano sul terreno fiscale annunciando aiuti alle fasce più deboli e politiche redistributive di vario genere. Sacrosanto. Ma il punto è che se la ricchezza non viene prodotta (e quella che c’è non viene messa in circolo) c’è ben poco da redistribuire. Gli economisti dell’Ocse ci chiedono di aumentare gli investimenti pubblici alzando le tasse, a partire dall’Irpef. Per l’amor del cielo! Bisognerebbe semmai tagliarla l’Irpef, favorendo i consumi di quella classe media che più ha subito i colpi della crisi. Un fisco più leggero su chi lavora e produce ricchezza, insieme con un piano di investimenti sfruttando la luna di miele nei rapporti con Bruxelles, possono avere effetti moltiplicatori sulla crescita. Abbiamo detto che i debiti si pagano. Bisogna specificare che non è irrilevante la natura dei debiti: per quale motivo si fanno? Se un padre di famiglia chiede un prestito per far studiare il figlio nella speranza che poi questo si trovi un lavoro, investe sulla scommessa di un futuro più prospero. Se, invece, lo chiede per farsi una vacanza o comprare una casa più bella, indebitandosi sempre più senza la prospettiva di aumentare le entrate famigliari, rischia di finire strangolato. Non serve un economista per capirlo. E allora le poche cartucce che abbiamo, spariamole per misure che possano spingere la crescita.