La battaglia contro i vitalizi degli ex parlamentari è opportuna, forse anche eticamente giusta in un campo, la politica, in cui opportunità e valori spesso danno vita a un complicato e inesatto gioco di specchi. La lotta contro i privilegi della casta ha rappresentato lo spirito su cui si è fondata la seconda repubblica e come tutti i moti di popolo ha sempre un buon motivo di manifestarsi. Non nuovo, peraltro: a usare per primo la parola casta fu Gabriele D’Annunzio nel 1920.

Ma per fare le rivoluzioni non bastano parole, inani proclami, non serve abbaiare alla luna o intercettare quello Zeitgeist che trasforma un uomo normale in un profeta del suo tempo, a volte in un leader. Non basta neppure avere ragione. Le rivoluzioni bisogna saperle fare, possedere la tecnica che traduce i sentimenti in atti concreti e durevoli. In definitiva quello che fa la differenza tra un vacuo veggente e un uomo di governo. Ciò che i grillini, nati e prosperati nel segno di una politica esperenziale, hanno raramente dato prova di essere diventati.

La decisione della Commissione contenziosa del Senato sarà quindi contro lo spirito del tempo, sarà inopportuna visto il momento che vive il Paese, sarà pure ingiusta. Ma è, in punta di diritto, ineccepibile. Tanto che a favore hanno votato i membri "tecnici" e contro i politici. Per come era stata concepita, la riforma faceva infatti acqua da tutte le parti, contravveniva a una sfilza di norme e regolamenti lunga così ed era evidente che avrebbe retto solo davanti a un giudizio politico e non "terzo". Cosa che accadrà anche in futuro, negli altri gradi di esame previsti che non siano politici.

La sostanza insomma è che se sfoggi idee ma anche la capacità e la competenza per attuarle sei un riformatore.

Se invece sei un improvvisato dottor Stranamore del Palazzo fai della morale e raccogli solo del moralismo.