Roma, 10 settembre 2018 - Alla fine si casca sempre lì: immigrazione e sicurezza. Problemi che non sono il frutto di una italica psicosi collettiva, o il chiodo fisso dei paesi di Visegrad. Per non parlare della Francia ad alto tasso lepenista o degli Stati Uniti di Donald Trump. Anche nella (troppo) accogliente Svezia, questi nodi si stringono al collo dei partiti tradizionali favorendo populismi ed estremismi. Il risultato di ieri nel Paese scandinavo culla del welfare e delle porte aperte, resta clamoroso anche se i sondaggi accreditavano la destra estrema di un risultato ancora più eclatante. Ma in un Paese intriso di socialdemocrazia in ogni suo ganglio, vedere il partito egemone galleggiare attorno al 28 per cento fa suonare campane, campanelli e sirene d’allarme in tutta l’Europa degli apparati storici.

Eppure, Stoccolma da tempo dimostrava evidenti segni di insofferenza per i Natali aboliti in segno di rispetto dei “diversi”, dei quartieri monopolizzati dagli “ospiti”, con tassi di jihadismo e di criminalità da stato islamico, di una immigrazione che per quanto regolata non ha saputo o voluto inserirsi mettendo spesso il velo a chi era stato modello di parità e di liberazione sessuale. Il Paese modello di stato sociale, abbastanza bonsai (neppure 10 milioni di abitanti) per poterselo permettere, è ora esempio eclatante di come le porte spalancate finiscano il più delle volte per essere sbattute in faccia a chi già era in casa. L’avanzata della destra, molto più estrema della nostra, la fine dopo quasi un secolo della egemonia riformista, lo sbandamento di un Parlamento in bilico, mutilato della sua secolare maggioranza, solida e rassicurante, è un altro tassello di un continente che vacilla sotto la spinta di problemi che non hanno frontiere, perché un po’ dappertutto le riposte sono state fragili, inadeguate. Con il rischio, nonostante l’evidenza di quanto sta accadendo, di dover ascoltare le solite risposte sbagliate alle domande giuste.

Assistere alle retoriche chiamate alle armi contro il nemico, invece che alla ricerca delle responsabilità proprie e delle soluzioni ragionevoli. Se il quesito è: come controllare questi fenomeni, come conciliare accoglienza sicurezza e integrazione, dove abbiamo sbagliato? la risposta non può essere il ritornello stantio della lotta ai populismi e ai sovranismi, cioè a chi propone ricette diverse. Ma dovrebbe essere la risposta a un’altra domanda: perché queste ricette spesso estreme fanno presa sulla gente? Che strade alternative proponiamo rispetto alla loro nuova via e alla nostra vecchia? Questo vorremo ascoltare. Perché nel maggio prossimo, alle elezioni europee, si possa assistere a un match vero. Non a un incontro di boxe, con un pugile che martella a due mani e l’altro stretto all’angolo che piagnucola: signor arbitro, mi ha colpito sotto la cintura. E non mi chiede scusa.