Se mi presti dei soldi, ti aspetti che io te li restituisca. Il tasso di interesse sarà maggiore se io mi comporto in maniera non trasparente o addirittura rischiosa. La Turchia ieri è affondata perché la sua politica economica non è affatto tranquillizzante e le banche europee (anche italiane) esposte con la Turchia hanno avuto il loro bagno di sangue. In misura per fortuna inferiore, il discorso vale per i titoli di Stato italiani. La parola magica si chiama ‘spread’, cioè differenziale, nella fattispecie tra titoli italiani e tedeschi. La parola spread era sconosciuta alle persone comuni l’11 luglio 1992 quando una manovra da 15 miliardi di euro fatta per decreto in una notte (anche col prelievo del sei per mille sui conti correnti) non impedì ai nostri titoli di toccare un differenziale di 769 punti la vigilia del 14 settembre quando la Bundesbank comunicò alla Banca d’Italia che non avrebbe più convertito marchi in lire. La lira fu svalutata di un venti per cento reale e sulla schiena degli italiani piovve una mannaia dell’equivalente di 45 miliardi di euro, metà tagli e metà tasse (Ici, aumento dei contributi sociali, minimum tax per arginare l’evasione degli autonomi).

Nell’estate del 2011 ci fu una lite tra chi (Berlusconi e Brunetta) voleva tagliare le tasse e chi (Tremonti) non voleva farlo. Fino ad allora lo spread era sempre oscillato tra i 100 e i 140 punti, nonostante la crisi finanziaria avesse inginocchiato Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna. Le liti nel governo portarono lo spread a 226 e dopo una manovra economica poco convincente a 416 punti base. Il 5 agosto arrivò al governo la lettera a firma congiunta Trichet (presidente Bce) e Draghi (governatore della Banca d’Italia) che imponeva il pareggio di bilancio nel 2013 e non più nel 2014. Berlusconi dovette fare una manovra da 65 miliardi di euro in tre anni. Ma i Mercati si convinsero che il parlamento l’avrebbe annacquata e il 9 novembre 2011 lo spread toccò i 574 punti per chiudere poi a 552. Berlusconi dovette dimettersi.

Ma nonostante la mannaia fiscale di Monti, nel giugno 2012 lo spread toccò ancora i 532 punti per poi scendere negli anni successivi non lontano dai 100 punti della virtù. La conseguenza della politica economica di questi decenni è che non cresciamo da vent’anni e gli italiani guadagnano meno di dieci anni fa. 

Questa ampia premessa porta a una rapida conclusione: con i Mercati non si scherza. Nonostante le previsioni di uno spread a 300 punti in caso di governo Lega- 5 Stelle, fino ad aprile i Mercati sono stati a guardare con tranquillità. Il 27 maggio Cottarelli ha rinunciato perché temeva che lo spread – arrivato a 300 punti in un soffio – raddoppiasse nel timore della forte incertezza prodotta dalle elezioni anticipate. Oggi lo spread è a 260 punti e già ci siamo giocati due miliardi di interessi in più fino alla fine dell’anno. Due miliardi (quattro l’anno prossimo se lo spread resta stabile) che avremmo potuto spendere meglio. Se la soddisfazione delle promesse elettorali mandasse i conti fuori binario, lo spread esploderebbe e il governo forse dovrebbe dimettersi. Ma intanto avremmo buttato al vento fior di miliardi. Sarebbe perciò incomprensibile un derby tra Conte/Tria e Di Maio/Salvini che procura solo confusione. Saremmo ovviamente tutti felici di avere al più presto date di pensionamento più eque, reddito di cittadinanza e tasse più basse. Ma la globalizzazione toglie sovranità. E comunque nessun buon padre di famiglia spende troppo più di quel che può permettersi.