A QUELLI che già si accapigliano chiedendosi e chiedendo che cosa ci facesse una ragazzina nel cuore dell’Africa è facile rispondere perfino oggi, quando tutto, ogni dettaglio, pare congiurare contro la razionalità. La risposta è: a vent’anni pensare di poter cambiare il mondo non è solo un diritto, è anche un dovere. E allora una supplica: riportiamola a casa. Chi può, chi ne ha il potere e le capacità, riporti Silvia Romano in Italia. Salvando lei, salveremo la nostra fiducia nella possibilità di cambiare le cose. E daremo forza e significato all’azione di una ragazza che si è messa al lavoro in un villaggio dove perfino l’acqua è un miraggio. La straniera, così l’hanno chiamata i rapitori, è stata riempita di schiaffi e sequestrata. Chi può replichi quel che anche in passato le più belle teste d’Italia hanno compiuto nei quadranti di guerra più difficili. Talora mettendo a rischio, addirittura sacrificando, le migliori risorse e uomini coraggiosi. Lavorano, costoro, al ministero degli Esteri. A quello dell’Interno. Lavorano con i nostri militari più preparati e con i servizi segreti, nelle nostre ambasciate e nei nostri consolati. Costi quel che costi, dobbiamo riportarla a casa.

Facciamolo prima di chiederci che cosa pensasse di realizzare laggiù, in un posto più pericoloso di quel che sembri. Facciamolo subito, prima degli inevitabili distinguo, delle precisazioni, delle differenziazioni. Facciamolo, semplicemente, perché Silvia Romano è italiana come noi, e una cittadina della nostra Repubblica non può rimanere prigioniera di uomini che lapidano le adultere e mozzano le mani ai ladri. Liberiamola subito, perché vogliamo essere protagonisti di un’Italia che agisce, e che agendo ottiene risultati. Con la sua voglia di fare, Silvia una lezione l’ha già dispensata. "Si vive di ciò che si dona", scriveva in quel gigantesco diario on line che è Facebook. Lo scriveva citando Carl Gustav Jung, il filosofo, lo psicologo e psichiatra che ha tentato di investigare l’anima. Non è detto che avesse ragione. Ma questo è il momento di restituirle un po’ di quel che ha pensato di donare.