Non sappiamo quando accadrà, ma sappiamo che accadrà. È una questione di giorni. Il partito di Giorgia Meloni si appresta a balzare in testa ai sondaggi, ormai realtà parallela della politica, e per la prima volta l’Italia avrà al primo posto un partito dichiaratamente di destra, orgoglioso della sua storia di destra. Certo, l’impennata di Fratelli d’Italia è in qualche modo drogata dalla rendita di opposizione rispetto al governo Draghi, come pure è evidente che la politica liquida di questi anni ci ha abituati a impennate rapide seguite a altrettanto veloci ridiscese (citofonare Grillo, Renzi, Salvini).

D’altra parte un conto sono i sondaggi un altro i voti reali, e da qui alle elezioni chissà che cosa accadrà. Ma se solo un anno fa ci avessero descritto uno scenario di questo tipo ci saremmo messi a ridere. La novità è comunque di grande portata perché le differenze tra la tradizione, la cultura politica e la classe dirigente di Fd’I e quella degli altri due attori del centrodestra è reale.

Detto che le accuse di post-fascismo fanno ridere (il professor Emilio Gentile ci ha più volte spiegato che il fascismo politico in Italia è morto il 25 aprile del 1945) Fratelli d’Italia iscrive il proprio percorso nel solco di quella tradizione conservatrice, di destra appunto, che in Europa è adesso rappresentata dai conservatori dell’Ecr di cui Giorgia Meloni è presidente, e che si pone con un’ottica diversa rispetto al liberalismo di Forza Italia e al populismo territoriale della Lega. In qualche modo un elemento di chiarezza, che mette l’Italia al pari di molte altre nazioni, dove i partiti di destra si giocano puntualmente la sfida per la premiership. Una novità per il nostro Paese, dove invece un raggruppamento siffatto, con reali chanches di governo, non è mai esistito.

Certo, ambizioni di questo tipo chiamamo la destra a un salto di qualità. In termini di classe dirigente, di responsabilità rispetto alla governabilità (non si può volere solo lucrare sull’opposizione), di chiarimento progettuale. Partendo dal coniugare il nazionalismo con un progetto a più ampio respiro che non può non essere europeo, mitigare gli effetti perversi della globalizzazione sia in ambito culturale con la difesa della tradizione e dei particolarismi, sia in quello economico, con la riscoperta di una vocazione sociale peraltro da sempre patrimonio della destra che riesca ad andare a braccetto con i ceti più produttivi e le esigenze di uno sviluppo ormai non più fondato e fondabile sulle rendite di posizione di un ceto statale e statalista che ha fatto il suo tempo.