Un vecchio sindacalista di scuola riformista raccontava, di fronte a certi passaggi-chiave della storia industriale e politico-sindacale italiana, che i massimalisti prima o poi ci arrivano: di solito, però, ci impiegano qualche decennio. E poco conta se, nell’esperienza tragica del nostro Paese, il tempo intercorso tra condivisione/riflessione e conflitto sia stato sovente drammaticamente costellato di violenza verbale e, nei casi più estremi ma non rari, anche di violenza reale. È stato così per il decreto di San Valentino che a metà degli anni Ottanta abolì la scala mobile, favorendo in maniera determinante la ripresa e l’uscita dal decennio buio e di piombo dei Settanta.

È stato, almeno in larga parte, ugualmente così per l’accordo sul costo del lavoro del biennio 1992-1993: la concertazione era considerata una parola da bandire da larghi strati della sinistra politica e sindacale. E solo il riformismo di Bruno Trentin impedì una nuova rottura con Cisl e Uil nella firma di quel protocollo, a dimostrazione che non sempre il massimalismo ha coinciso con la tradizione comunista. È stato altrettanto così con la legge Biagi: solo dopo anni quelle nuove regole sono state quantomeno discusse con spirito laico e senza il filtro del pregiudizio ideologico da ampi settori del mondo rosso. Insomma, come diceva quel sindacalista saggio, prima o poi ci arrivano. Peccato, però, che questo tempo, il tempo della valutazione meditata e del riconoscimento del ruolo e dei meriti di Sergio Marchionne nelle scelte di politica industriale e del lavoro del decennio in corso, non sia ancora arrivato per gli ultimi massimalisti di casa nostra, asserragliati nella ridotta ideologica di uno scontro capitale/lavoro a trazione novecentesca. Mettendo tra parentesi il livore dei social o la freddezza del sindaco di Torino, Chiara Appendino, perché non è di questo che parliamo, non si spiegano diversamente, invece, il rancore, l’astio, l’ostitilità verso l’ormai ex capo di Fca di pezzi della sinistra-sinistra di oggi e di ieri (da Airaudo a Bertinotti, al Manifesto). Ma non si spiega diversamente, se non con l’applicazione di quello stesso criterio, l’atteggiamento di imbarazzato silenzio tanto della Cgil quanto della Fiom: la sconfitta nelle fabbriche di Pomigliano e Mirafiori, gli investimenti realizzati, le produzioni-chiave trasferite in Italia, niente, l’orologio della storia è rimasto bloccato alla guerra perduta di Maurizio Landini.