«Il pianoforte è ubriaco, non io», diceva Tom Waits scherzando quando durante i concerti si impastava. Ma non sono i social a essere dementi, ubriachi o narcisi. Siamo noi. In questa età dell’ansia, della perdita della vera identità umana, identità che è autenticamente solo legata al problema dell’infinito, che l’amore e la morte ci ricordano, i social sono lo specchio di come siamo divenuti. Senza senso dell’infinito siamo pieni di ansie. Si manifestano le due facce della stessa medaglia dell’ansia: non sapendo più cosa fonda la esistenza di un uomo, ecco una montagna di narcisismo beota («dimmi che vado bene, che sono caruccio») e dall’altra parte una difficoltà ad assumersi responsabilità. Così si può fare un selfie demente davanti a un’epigrafe funebre, suscitando comprensibile rabbia, ma anche, con parzialità meno eclatante e meno orrenda ma non meno irrispettosa, fare la cronaca di quel funerale che ha commosso l’Italia omettendo, come hanno fatto alcuni media, che si trattava di un funerale, una messa cattolica, un rito di commiato e di fede nella resurrezione. Come se quella folla fosse lì solo per alzare palloncini al cielo, e non per pregare e affidare i quattro ragazzi al cielo e al Dio dell’eterno. I social sono lo specchio con cui si può sempre guardare con occhio parziale la vita e il suo mistero con un post, con un articolo di giornale, o con un giudizio banale. Non sono i social ubriachi di parzialità, semmai la evidenziano in tanti casi, siamo noi. Quando diviene così smaccatamente demente e narcisa sale la rabbia. Questi episodi sapeva bene il grande Baudelaire sono possibili. «Troviamo charme in cose ripugnanti», ha scritto, ben conoscendo, contro i naturisti di sempre, che la natura umana è capace di banali orrori. Per secoli ci hanno voluto convincere che la natura umana sta nella spontaneità, buona in sé, e per decenni ci han ripetuto che la comunicazione è tutto. Per poi scoprire che spontaneamente si fanno cavolate e che comunicare – ora tutti lo posson fare – può essere frutto di perversione e di violenza. Occorre ascesi, correggersi. Oppure ci si menerà sempre più spesso.