Marco Cappato con Walter De Benedetto
Marco Cappato con Walter De Benedetto

Firenze, 28 aprile 2021 - Qualche lettrice o qualche lettore ha sicuramente in famiglia un parente costretto all’immobilità dalla terribile Sla, o dall’artride reumatoide, o da un tumore. Sa bene, dunque, cosa significa il morso della sofferenza perché lo sente tutti i giorni e tutte le notti che Dio mette in terra: è nella stanza accanto, nella stessa casa, a ogni ora. Chiedete a loro cosa vuol dire vivere con la tortura incessante imposta dall’atrocità fisica che dilania la persona cara. La sentenza di Arezzo che assolve Walter De Benedetto dall’aver fatto uso di cannabis per lenire i dolori è un momento altissimo di umanità e civiltà. Non stiamo parlando di droga delle piazze, degli spacciatori a scuola: non facciamo finta di non capire. Qui stiamo parlando di sostanza stupefacente come ausilio naturale contro una malattia degenerativa progressiva. De Benedetto non ha le piante di cannabis in salotto per rivenderle e gonfiare il conto in banca. Non si tratta di un vizio. Le ha perché lo Stato, il Servizio sanitario nazionale, gli passa un quantitativo terapeutico insufficiente. Stiamo parlando del suo caso. Un caso particolare. È ovvio che non si deve generalizzare. Forse questa sentenza aiuterà a fare almeno un po’ più di chiarezza: obbligherà una volta per tutte ad affrontare la questione facendoci scrollare di dosso il peccato originale delle ideologie, di qualunque colore esse siano. Pensiamo a chi soffre. Pensiamo ai suoi occhi e al suo volto scavato dal dolore e dall’inesorabile conto alla rovescia. È giusto condannarla, una persona così?