RICOMINCIAMO la scuola. Ma per davvero o proseguiamo, sempre più stancamente e irrealisticamente, un modello ottocentesco? La si vuol ricominciare oppure la si vuole affogare tra burocrazia, conclamato fallimento (i test sono drammatici) e bizzarie varie? Vogliamo ricominciarla, o continuiamo così, giocando sulla pelle dei ragazzi? Abitiamo ancora un modello di scuola formato su un paradigma di cultura, di sapere e di educazione di stampo illuministisco. Due capisaldi: la cultura coincide con l’enciclopedia, e lo Stato educa e forma i giovani trasmettendo loro, mediante appositi funzionari, tale enciclopedia, variamente (e bizzarramente) stagliuzzata a seconda delle pressioni del pensiero dominante – dal ‘68 alle migliaia di ore sulla «legalità» (parola vuota invece che sulla giustizia) – delle metodologie di moda, delle necessità di orario, e seguendo le pressioni delle lobby accademiche più influenti.
 
E COSÌ abbiamo (in Italia) il 60% degli studenti delle superiori che non incontra l’arte o pensa che Montale sia un poeta contemporaneo, e che esista la letteratura nazionale, abbiamo baratri in matematica e secondo l’Invalsi, l’autogiudizio del sistema, ragazzi del sud non ci arrivano e però prendono voti più alti, mistero dei misteri. Riforme che aumentano ore e burocrazia. Ma quei due capisaldi guai a toccarli. Eppure vediamo che intorno a noi tutte le idee e molte forme nate dall’illuminismo sono entrate in crisi. Dai partiti tradizionali agli Stati, dai giornali (enciclopedia quotidiana) alle modalità di diffusione dei contenuti. Ma la scuola (specie italiana, ma non solo) non vuole uscire da quei cardini. E provare a diventare una scuola del senso critico e del talento. Ma questo comporterebbe davvero ricominciare la scuola. Il senso critico è il frutto più vero di una esperienza culturale, ma come lo si coltiva? Dando di tutto un po’ e non granché bene in luoghi esteticamente deprimenti? Come se il senso critico fosse una conseguenza dell’assumere un tot di nozioni? Siamo sicuri che così si forma il senso critico di una persona? Forse occorrerebbe lavorare più su alcune cose fondamentali, anche a livello esistenziale e di formazione della personalità nel suo rapporto con la tradizione che lo precede e con la propria psiche (anima), per affrontare usciti da scuola il presente e i suoi molti accessi secondo il talento che ciascuno ha.
 
INVECE noi mettiamo nella testa dei ragazzi una bizzarra e scoclusionata enciclopedia di nozioni, spesso datate e inutili, poi quasi tutti escono dimenticandosele e senza sapere che vero talento hanno (e intanto guardano i talent show che «pervertono» quella giusta esigenza). La scuola dice di non voler educare ma formare, in realtà educa e non forma. E lo fa in modo surrettizio e secondo dettami ideologici e filosofici precisi e inattaccabili. Infatti educa a un atteggiamento verso la realtà spesso privo di senso critico, privo di spiritualità profonda e attrezzata, privo di consapevolezza del talento ricevuto. Si vuole un cittadino così, presuntamente informato e incapace di senso critico. Ne viene uno spreco di risorse e di tempo impressionante. Che, però, assicura un baraccone statale e tranquillizza sulla presunta tenuta dei cardini del paradigma. Facessero fare meno ore in classe, poche su cose fondamentali, e poi scoperta dei talenti anche in rapporto agli adulti nella società. Sarebbe più snella, efficace. Sarebbe viva e vera scuola.